29 aprile 2009

Maurizio Galimberti, il mondo in una Polaroid

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© Maurizio Galimberti

Il Maestro lombardo rende omaggio a Milano con le sue inimitabili opere-mosaico, in mostra fino all'8 maggio 2009 presso Milan Gallery: guarda la fotogallery

di Barbara Ferrara

Maurizio Galimberti è un’artista a tutto tondo, nasce come fotografo per passione, da autodidatta. Si ispira a Franco Fontana, Gianni Berengo Gardin, Robert Frank ma anche alla Bauhaus, Wim Wenders e Duchamp. Il suo è un carattere ecclettico, portato alla sperimentazione, visiva e sensoriale.
Noto ai più come Istant Artist e come Maestro del Mosaico Fotografico, Galimberti predilige la Polaroid per esprimere il suo sentire e trasmettere l’emozione che passa dalla pancia. La sua è una scelta decisa, di ricerca costante che percorre vie inesplorate e non passa dalle tradizionali reflex né dai tempi di attesa che il negativo impone. Attraverso le suggestioni futuriste e dadaiste arriva ad uno stile unico nel suo genere, vicino alla pittura e assai lontano dal digitale. Galimberti inventa la tecnica del mosaico-ritratto, entra nel mondo dell’arte e nel cuore dei collezionisti che lo apprezzano per i suoi dipinti, originali e non riproducibili. Famosi sono i suoi ritratti, dalla moda al cinema allo spettacolo. Dal volto delle persone a quello più discreto delle città. La mostra Milano...Fashion...Design...ospita tra l'altro tre mosaici rappresentativi della sintesi del suo percorso artistico. Il progetto nasce dalla collaborazione con la fashion designer Claudia Scarsella che viene ritratta da Galimberti con gli abiti da lei stessa creati. I vasi di Gaetano Pesce e Venini ispirano l'originale lavoro a quattro mani.

Maestro, partiamo dall’invenzione che l’ha resa celebre, il mosaico-ritratto: rappresenta per lei un punto di partenza che meglio valorizza la sua idea di fotografia o ci è arrivato strada facendo?
Ci sono arrivato strada facendo, e dal primo momento ho capito che quella era la mia strada. E’ stato difficile ma bello, attraverso il ritratto, arrivare a immagini forti, apocalittiche direi e che comunque arrivano dalla pancia. I tre mosaici in mostra sono la sintesi di un percorso sulla polaroid che dura ormai da venticinque anni.

In questi ultimi anni la fotografia, grazie anche ad artisti come lei, si è elevata a forma d’arte primaria, contrariamente al passato in cui era considerata di serie b, cosa pensa di questa “nuova” attenzione?
La fotografia è senz’altro un’arte primaria, anche molti pittori hanno scelto la fotografia come mezzo di espressione, basti pensare a Man Ray che da sempre faceva pittura e fotografia insieme.

Quanto l’avvento del digitale ha cambiato il concetto di fotografia?
Ha fatto sentire la gente più fotografa e ha creato più concorrenza ma al contempo per fortuna è riuscita a evidenziare i veri talenti, non quelli che si improvvisano tali e che a vent’anni pensano di essere dei fenomeni solo perché il marketing li appoggia e dà loro visibilità. Bisogna chiedersi, quanto dureranno?

Dunque per costruirsi un’identità fotografica è più importante fare la classica gavetta o frequentare le scuole?
Innanzitutto bisogna studiare la Storia dell’Arte, poi riproporre i propri progetti senza pensare di inventare niente di nuovo.

Che effetto fa essere chiamato Maestro?

A cinquant’anni e passa fa piacere, meglio essere definiti maestri piuttosto che killer….Va bene, è una soddisfazione, significa che hai regalato dei sogni alla gente.

E a lei, la fotografia, cosa regala?

Un sacco di inquietudine, come dice Giovanni Allevi è come una fata ignorante che ti assale in ogni momento e te ne liberi solo quando la fai. E’ una piacevole sofferenza dentro di te ma è anche una gioia di vivere.


Sede della mostra
Milan Gallery
Via Sant’Antonio 2
Milano 20122
Infotel +39 335 8148846





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