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04 dicembre 2009

Barbie col burqa, tra provocazione e polemiche

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Le diverse tipologie di indumenti realizzati da Eliana Lorena (Credits: Eliana Lorena)

L’artista Eliana Lorena espone una collezione di cinquecento Barbie dalla pelle scura. C’è anche quella con il burqa, e fa molto discutere. Guarda la fotogallery

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di Floriana Ferrando

Idolo incontrastato di tutte le bambine, con la sua lunga chioma bionda e un fidanzato da urlo, la Barbie si è messa all’asta per Save the Children . Sotheby’s ha battuto all’asta una selezione delle cinquecento bambole realizzate dall’artista e designer Eliana Lorena, esposte di recente a Firenze e prossimamente in arrivo a Milano (dal 10 al 30 dicembre presso lo showroom di Stone Italiana).

Eppure non si tratta delle classiche Barbie che si trovano nei negozi di giocattoli. Eliana Lorena ha trasformato la bambola originale, svestendola e rivestendola, struccandola e ri-truccandola secondo le diverse tipologie e culture femminili. Unica costante: hanno tutte la pelle scura.  E così la Barbie, che proprio quest’anno ha compiuto cinquant’anni si ritrova a vestire il kimono, il tailleur e anche il sari indiano. Non poteva mancare quella con il burqa, che ha destato non poche polemiche.

“Una Barbie col burqa?! E viene dall’Italia, quest’invenzione prodigiosa? E perché non creano, già che ci sono, la Barbie oppressa dal padre, umiliata dal fratello e picchiata dal marito?”. Queste le accuse di Joumana Haddad ,  giornalista e poetessa libanese che si scaglia contro la fashion doll prodotta da Mattel: “Perché non creano la Barbie sposata, suo malgrado, a 13 anni a Gaza (…) Quella che è concepita e tollerata solo per diventare un accessorio: cucinare, obbedire, tacere e concepire, quando è il suo turno, figli preferibilmente maschi?”.  

Eppure l’obiettivo di Eliana Lorena era un altro. Scegliere un simbolo così forte di femminilità equivale ad un messaggio altrettanto forte: si può essere quello che si vuole essere.

Una provocazione diretta più alle donne occidentali che si proclamano tanto libere mentre sono prigioniere dell’apparire. Da qui l’idea di una serie di donne tutte uguali ma con vestiti diversi, che acquisiscono così quell’identità individuale sempre mancata alla bambolona di plastica.

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