06 maggio 2011

Un tè con Fabio Lovino

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Claudia Gerini © Fabio Lovino

Il celebre fotografo romano presenta “Una festa mobile: Ritratti di cinema, attori, amici”. La mostra, ospitata a Milano allo Spazio Forma fino al 15 maggio, è un viaggio attraverso i territori inesplorati del sé. GUARDA LA GALLERY e LEGGI L'INTERVISTA

di Barbara Ferrara

Fabio Lovino noto per aver fotografato i più grandi divi dello spettacolo, da Benicio del Toro a Toni Servillo, da Nanni Moretti a David Lynch, da Valeria Golino a Tilda Swinton, da Robert De Niro a Francis Ford Coppola per citarne solo alcuni, è una persona (fuori dal) comune. Parlarci è un piacere, senza contare che le sue fotografie parlano da sole. Lo incontriamo allo Spazio Forma di Milano mentre è impegnato a seguire i lavori di montaggio della mostra. La sua calma, anche in momenti frenetici è sorprendente: trasmette una tranquillità d’animo anomala per il contesto: “Tutto merito dell’energia kundalini”, dice lui.

La nostra chiacchierata è iniziata così, dai racconti dei suoi inizi quando giovanissimo girava il mondo come tour photographer e si trovava davanti a miti come Miles Davis. Il passato così come il presente è costellato di storie fantastiche che parlano di grandi scoperte, viaggi interiori, amicizie, fiducia, gioco, divertimento e passioni. Dall’Unità d’Italia (che per lui non esiste) a facebook, da Hollywood a Cinecittà, dal Pakistan (dove le persone stanno sedute all’indiana e aspettano) a Roma, alle serate con quelli che per lui sono amici e per noi star. Si potrebbe stare ad ascoltare per ore.

Sei considerato tra i migliori fotografi di cinema, che cos’è per te il cinema?
Il cinema è un sogno. In mostra ci sono due immagini che hanno un grande collegamento con Fellini. Io ogni anno mi riunisco con un po’ di amici tra i quali Claudio Santamaria, Filippo Timi, Claudia Pandolfi, alcuni componenti dei Momix, Pierfrancesco Favino e facciamo delle foto ispirate al circo, ai gitani, ai musicisti, ai contadini e siamo uniti dall’amicizia innanzitutto, da questa follia e dal piacere per quella leggerezza profonda e malinconica propria di Fellini.
E la fotografia?
La fotografia è un amore, una passione e “purtroppo” un lavoro nel senso che è come se una tua storia d’amore diventasse un lavoro.
Hai cominciato a lavorare come fotografo per la pubblicità ma all’incontro con rockstar e grandi attori internazionali come sei arrivato?
Ho iniziato facendo still life e parallelamente fotografavo tutti i miei amici. Con gli oggetti però non c’era un rapporto, uno scambio analitico e quindi sono passato a fotografare le persone, lavoravo per giornali musicali e viaggiavo per il mondo. Ho fotografato molti jazzisti, a 25 anni mi sono ritrovato davanti a tutto quello che amavo. Con Miles Davis in tournée, poi seduto davanti a uno come Morrissey che mi chiedeva per favore di fargli le foto per il disco.
E’ vero che molti dei tuoi celebri soggetti sono tuoi amici?
Sì. Da Pierfrancesco Favino a Claudia Pandolfi, Claudia Gerini, Carolina Crescenti, Claudio Santamaria, Abel Ferrara.
Tra tutte i personaggi che hai incontrato, qual è la star che più ti ha colpito o affascinato?
Mio figlio. E’ una scoperta ogni giorno, è come suonare davanti ad un amplificatore, hai un feedback continuo, un’energia pazzesca, inarrestabile. E poi con lui tutto è nuovo. Comunque sia ti affascinano tutti perché se vuoi fare un buon lavoro ti devi innamorare di ognuno. La bellezza fine a se stessa è superficiale, quindi manierista e non mi interessa. Per questo dico che ti devi innamorare, devi tirar fuori ogni volta qualcosa da una persona che lei non ha mai visto. C’è uno scambio reciproco.
E’ vero che fotografare qualcuno equivale a rubare l’anima?
Equivale a farla vedere, a mostrarla, io non rubo niente.
Come si fa a mostrare l’anima di chi per mestiere è abituato a fingere?
Se ho tempo ci parlo molto, prima di scattare le foto.  La parte analitica per me è fondamentale. E' più facile con uno sconosciuto, con gli amici sento di più la responsabilità del risultato. Comunque quando qualcuno si ritrova di fronte qualcosa di sé che non conosceva e si riconosce è bellissimo. Lì hai raggiunto il risultato.
In occasione dei 150 d’Unita d’Italia in esclusiva per Max hai ritratto attori cantanti e sportivi interpretando la tua idea dell’Italia di oggi, sei soddisfatto del lavoro?
Sì, anche se inizialmente ho rifiutato perché penso che l’Unità d’Italia non esista. Poi ho accettato a patto che si facesse a modo mio. Santamaria che fa un giudice con lo scotch tricolore che gli chiude bocca è un’immagine molto forte, dietro ogni foto c’è un concept che ho deciso col protagonista. Ho interpretato la mia visione attuale dell’Italia.
Se non avessi fatto il fotografo, cosa ne sarebbe stato di te?
Lo studente di Statistica anche se era un disastro perché non c’erano ragazze, solo numeri e io andavo a studiare a Lettere dove c'erano i miei amici...
Progetti per il futuro?
Rimanere a quest’età sempre (scherza, ndr). No, ho un bellissimo progetto per il Museo di Arte Contemporanea di Lucca con cinque artisti con cui lavorerò e poi ci saranno degli incontri letterari molto interessanti. A parte questo il progetto di sempre è quello di riuscire a fare qualcosa che possa rappresentarti e che sia riconoscibile.


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