21 novembre 2012

Il favoloso mondo di Vera

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Una modella albina ritratta dalla fotografa Vera Comploj. Credits: Vera Comploj

L’Amélie in questione è la fotografa Vera Comploj , cervello italiano in fuga trasferitasi a New York. Proprio lì ritrae Drag Queen e modelle transgender, ma a gennaio tornerà in Italia per la sua prima mostra personale

di Camilla Sernagiotto

Chiunque non trovasse un nesso logico tra i termini “poesia” e “Drag Queen”, finalmente ha il suo fil rouge: si chiama Vera Comploj e la sua fotografia le calza a pennello, visto che è vera e sincera esattamente come lei (all’anagrafe e nella vita).

Classe 1983 e originaria di Selva Val Gardena, fin da giovanissima espatria per andare a vivere prima a Londra, poi a Parigi e infine negli Stati Uniti, dove trova l'habitat naturale sia per se stessa sia per le sue fotografie.

Il quartier generale in cui scatta è New York, babele di lingue e culture il cui melting pot è appunto ciò che più affascina il suo obiettivo.
Da sempre attratta dal diverso, dal tema dell’identità e della genetica, la Comploj ben presto finisce a esplorare l’albinismo, ritraendone modelle affette, e a intrufolarsi nei locali in cui si esibiscono le Drag Queen.

Questi sono stati due dei soggetti più recenti (e più amati da Vera e dal pubblico); sono stati protagonisti rispettivamente di Persona, progetto esposto ai Milk Studios di New York, e del lavoro sul travestitismo che per tre anni l’ha vista impegnata a immortalare innumerevoli Drag Queen di San Francisco, Washington e della Grande Mela.

Parecchi di questi scatti saranno esposti in occasione della mostra In Between, primissima personale di Vera Comploj che aprirà i battenti presso il Museion di Bolzano il 24 gennaio 2013.

Abbiamo incontrato Vera per conoscere più da vicino il suo meraviglioso universo. Ecco cosa ci ha rivelato.

Da quanto vivi in America?
Abito qui dal 2009. Prima stavo a Londra e a Parigi dopo aver finito gli studi a Milano. Mi sono trasferita perché ho seguito Ben Hassett, il fotografo per cui lavoravo come assistente.

Per il tuo tipo di fotografia, gli Stati Uniti offrono di più rispetto all'Italia? Sia in termini di soggetti fotografabili sia per quanto riguarda l'interesse del pubblico.
Ogni Paese offre cose diverse, quindi non posso dire che qui sia meglio dell’Italia o della Francia. Però per me il distacco con l’Europa è servito per il mio lavoro: qui negli States sono riuscita a tirare fuori la mia creatività e a produrre. Inoltre il melting pot di culture che c’è qui a New York mi stimola tantissimo.

In Italia la tua prima personale sarà inaugurata il 24 gennaio a Bolzano. Quali emozioni credi ti darà questa mostra? E cosa ti aspetti dal pubblico?
Per me è stata una grande sorpresa: riuscire in una maniera facile ad avere un appuntamento con la direttrice è stato davvero incredibile. Sono onoratissima all’idea di fare la mia prima personale, con un lavoro inedito mai visto prima. Sono felice di incominciare questo percorso a Bolzano: io sono altoatesina e il mio primo incontro con l’arte è stato proprio lì. Per quanto riguarda il pubblico, spero che possano entrare nel museo lasciando fuori ogni pregiudizio riguardo Drag Queen e transessuali. Portando questi soggetti all’interno di un museo, spero che questi soggetti verranno recepiti con serietà.

Il tuo interesse verso la tematica dell'albinismo da cosa nasce?
Io sono una gemella monozigote, quindi sono molto interessata alla genetica.

E quello per le Drag Queen?
Provenendo dal Nord estremo dell’Italia in cui la mentalità è austriaca ed estremamente seria, mi piaceva l’idea di confrontarmi con un mondo differente dal mio sia per usi, costumi e modo di vivere.

Come è stata l'accoglienza iniziale delle Drag Queen che hai scelto per i tuoi scatti?
Di solito vado sempre a scattare da sola, appunto per conoscere meglio le persone. L’accoglienza in alcuni posti è stata buonissima, mentre in altri mi hanno fatto capire che non erano interessati al progetto. In generale, però, mi sono sempre trovata molto bene.

Cosa hai imparato inserendoti nel mondo delle Drag Queen?
È stata un’esperienza di vita intensissima. Io esco di notte a fare le foto e il buio da una sensazione quasi onirica, di sogno. Arrivi in questi posti e tutto è così intenso che quasi non te ne accorgi. Con alcune Drag Queen ho instaurato un rapporto di amicizia, in particolare con una con cui ho girato anche un video che sarà proiettato alla mostra. Lei si chiama Tiara e abbiamo instaurato un vero e proprio rapporto di amicizia. Lei a quasi cinquant’anni, ha vissuto dappertutto, da Singapore a New York, e la considero un po’ il mio mentore.

Hai lavorato anche con una modella transgender. Raccontaci com'è nata questa collaborazione.
Si chiama Fan ed è una mia buona amica qui a New York. Io la conobbi due anni fa e dopo un po’ ha fatto outing, dicendomi che era un uomo. Da lì abbiamo deciso di collaborare e creare un servizio di moda basato sulle sue emozioni.

Hai già in mente la tipologia dei tuoi prossimi soggetti fotografici? Come li scegli?
Credo che porterò avanti il tema dell’albinismo, che ho iniziato qualche mese fa. Mi piacerebbe andare nel profondo della questione e affrontare il tema non solo a livello umano, ma analizzare anche il mondo animale. Tuttavia è un po’ difficile trovare animali albini, quindi se qualcuno dovesse averne uno si faccia avanti e non esiti a contattarmi!

Qual è l’opera o il filone di opere del tuo portfolio a cui sei più affezionata?
Sicuramente la parte di Tiara del mio progetto sulle Drag Queen.

Se tu potessi reincarnarti in un altro fotografo soltanto per un giorno, chi sceglieresti? E quale foto scatteresti?
Mi sento molto più vicina a lavori scattati da donne. È una sensazione strana, ma mi trovo molto più in sintonia con gli obiettivi femminili. Tra le fotografe che più apprezzo, c’è Nancy Burson, anche lei molto legata al tema dell’identità e della genetica. Lei è molto interessata alla tematica etnica e sovrappone i ritratti di diversi tipi di razze.

Che differenza c'è tra la fotografia di moda e quella che coltivi personalmente, al di fuori del lavoro nel mondo fashion?
I miei progetti personali sono uniti da un filo antropologico, dietro cui c’è una profondità particolare. La fotografia di moda, invece, è soprattutto fatta di forme e colori, è più superficiale, eppure ne ho bisogno: è la sintesi di come vedo linee e superficie delle cose. Riuscire a lavorare con entrambi i tipi di foto mi completa e mi appaga moltissimo.

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