20 settembre 2016

Irene Venturi, parla italiano the Voice of New York

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Irene Venturi (foto di Annalisa Conter)

Viene dal Veneto e in pochi giorni ha conquistato New York. la ventenne Irene Venturi è salita sul podio del Festival Internazionale della Musica Italiana che si è tenuto domenica 11 settembre al Master Theater (Millenium) di New York. Intanto è uscito il suo primo EP Boom. Idee chiare e grande volontà, oltreché una voce raffinata e potente dall'ampia estensione, si candida per il podio delle classifiche

di Fabrizio Basso
(@BassoFabrizio)


Una volta, oltreoceano, andavano i grandi tenori, Enrico Caruso in primis. Poi sono arrivati Luciano Pavarotti e Andrea Bocelli. Sul versante Pop ci sono Eros Ramazzotti, Laura Pausini e Renzo Arbore con la sua Orchestra Italiana. Giusto per citare alcuni i più celebri. A rinfrescare i ranghi si candida la veneta Irene Venturi, ventenne della provincia di Verona, da poco uscita col suo primo EP Boom e da poco tornata da New York dove è arrivata terza, su dieci, al Festival Internazionale della Musica Italiana. La abbiamo intervistata.

Irene partiamo dalle origini.
Ho iniziato da bambina con i cori a scuola, poi qualche concorso: mi ero divertita, questo il ricordo che conservo.
I suoi genitori?
Mi hanno sempre assecondata, anzi devo ringraziarli perché devo a loro se in certi momenti non ho mollato.
Momenti critici?
Ne ho avuto, le dico solo che a un certo punto ho strappato i poster dei cantanti che erano appesi in camera.
Ricorda il suo debutto?
Come dimenticarlo! Avevo tre anni e avvenne sul palco di un villaggio turistico.
Già cantava?
No, i miei mi chiedevano di fare l'inchino.
E lei?
Eseguivo. E' nata lì, credo la fascinazione per il palco.
Che non la ha mai lasciata.
Giusto ma fino ai 16 anni era una passione, non avrei mai detto che sarebbe stato il mio lavoro dei sogni.
Poi qualcosa è cambiato in lei.
Sono un po’ cresciuta, ho capito cosa la musica significasse per me, sono introversa, non è facile aprirmi. Neanche con me stessa.
Chissà la profondità dei suoi testi.
Esistono ma non sono ancora stati pubblicati. Spero in futuro che accada anche questo. Stiamo comunque valutando testi e arrangiamenti. Ci spero, sarebbe un valore aggiunto.
Una introversa che si racconta...
Può sembrare un controsenso, lo so ma la musica è comunicazione, essere autrice sarebbe il completamento di un percorso. La musica degli altri è un vestito, per autore è difficile capire cosa c’è dentro quel corpo da vestire.
C'è un momento in cui ha capito che la sua vita è la musica?
Lo ho capito con convinzione New York in questo settembre 2016. Quando ho cantato al Master Theater.
Come è nata l'avventura a stelle e strisce?
Sono stata scelta dal direttore artistico del Festival di Ghedi, Antonio Vandoni: ha identificato cinque artisti da tutta Italia e ci ha portati a New York per sfidare altrettanti artisti di origine italiana ma nati lì.
Come è andata?
Sono arrivata terza. Mia mamma, che mi ha accompagnata, e io, quando abbiamo sentito il mio nome siamo rimaste senza fiato per la gioia e l'emozione. Sa che le dico? Per me la gara non esisteva, per me era importante essere su quel palco.
Il suo primo ep è Boom.
Non è solo il primo ep bensì il mio primo progetto importante. Contiene tre inediti e due cover. I primi sono Boom, nella doppia versione italiana e inglese, ed E mi chiedo perché. Le cover sono Take me to Church di Hozier e Disco Queen del francese Kid Francescoli.
La differenza tra gli inediti?
Boom è più fresco, estivo l’altro è più intimo, più vicino al mio modo di essere.
Il debutto sul palco fu con l'inchino, ma a cantare?
Direi una canzone dello Zecchino d’Oro e poi Laura Pausini con Tra te e il mare.
La Pausini è un suo riferimento?
Oggi molto per come affronta il palco, resta il mio amore infantile.
Le sue radici?
Il blues, il soul, il cantautorato, soprattutto Lucio Battisti, Francesco De Gregori e Samuele Bersani.
Dove scatta la magia?
Quella la fa l'atmosfera.

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