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17 novembre 2016

Ligabue, rabbia, urgenza e speranza Made in Italy: l'intervista

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Luciano Ligabue (foto Toni Thorimbert e Jarno Iotti)

E' il giorno di Made in Italy, il nuovo disco di Luciano Ligabue. Siamo andati ad ascoltarlo con lui a Correggio. Da febbraio 2017 sarà in tour nei palasport mentre lunedì 21 novembre terrà a battesimo FoxLive, il nuovo format in programmazione alle ore 21 su Fox e Foxlife (canali 112 e 114 di Sky). Nell'attesa, leggete l'intervista

di Fabrizio Basso
Inviato a Correggio


E' in un angolo della zona industriale di Correggio il sancta sanctorum di Luciano Ligabue. Il luogo fatato dove le sue idee prendono forma. Nascono nell'aria, lui le afferra, ci lavora, gli dedica certe notti e poi lì, in studio, tra decine di chitarre, pianoforti e pianole, un biliardino e tanta poesia, con la collaborazione dei suoi compagni d'avventura, in primis l'amico di sempre Claudio Maioli e il produttore Luciano Luisi, si modellano e nascono. Con lui abbiamo visto il documentario che racconta la storia del nuovo disco Made in Italy (in programmazione lunedì 21 novembre alle ore 21 su Fox e Foxlife, canali 112 e 114 di Sky), ascoltato il disco e chiacchierato.

 


Luciano Ligabue (foto Toni Thorimbert e Jarno Iotti)

Luciano Ligabue partiamo dalla cover psichedelica.
Da diverso tempo mi sevo, per la grafica, di Paolo de Francesco e gli chiedo sempre di non mettere mai la mia faccia sulla cover e di usare una sola immagine sola immagine o tante.
In Mondovisione c’era solo un mondo accartocciato.
Nutro ancora l'illusione che ci sia qualcuno che comprando un disco faccia quello che facevo io a 15 anni: oltre che ascoltare una storia si interagisce con la parte grafica.
In Made in Italy c'è da sbizzarrirsi.
Ci sono indizi enigmatici su cui alcuni fan hanno iniziato a lavorare. Si spera che il disco si ascolti veramente e non mandando mail.
Tra i temi portanti c'è la nostalgia.
Facciamo il giro del mondo con i concerti e dopo due mesi pur essendo nel miglior giocattolo possibile che assomma musica e viaggi sento nostalgia di casa.
Nonostante l'Italia odierna?
Certo, con i suoi pregi e difetti. Guardo come funzionano Sydney e Tokyo e come non funziona a casa nostra e rifletto. Gli italiani che stavano sotto palco all'estero erano lì per scelta o perché costretti?
Lei che pensa?
Per me non c’è cronaca da raccontare, io racconto il mio sentimento, lo faccio da Buona notte all’Italia.
Ci parli della sua America.
In quel contesto ho vissuto ancora di più le distanze. A Los Angeles ho conosciuto il Whisky a Gogò locale dove hanno suonato tutti i grandi della musica. Ho detto: andiamo ad attingere un po’ di atmosfera americana.
Come ha fatto?
Ho prenotato lo studio dei Foo Fighter dove c’è ancora il mixer di Nevermind dei Nirvana. Ho registrato li Non ho che te e pur con le tecnologie americane ho realizzato che il pezzo era italianissimo.
Una canzone che narra una vita sfilacciata.
Non ho che te non è solo il licenziamento e l'assenza conseguente di uno stipendio ma una riflessione su che accadrà a lui. Mi sono stupito di parlarne in prima persona mentre ho sempre parlato in terza.

 


La cover di Mde in Italy

Il disco è nato in modo quasi bulimico.
E’ difficile abituarsi al buio quando si spengono le luci. Intendo quelle di Campovolo 2015. Nel buio dei miei pomeriggi a casa mi domando se il protagonista di Made in Italy, che è un concept, Riko (Riccardo è il secondo nome di Ligabue, ndr) può rappresentare la vita che avrei vissuto se non avessi trovato chi pagasse il mio primo album, Angelo Carrara. O è parte di me. O è una mia vita parallela. Riko è mandato avanti a raccontare i miei pensieri ma è più incazzato di me.
Rabbia che esce anche musicalmente.
Mi sono divertito con i generi: mai ero ricorso a funky e reggae e neanche allo ska-swing che caratterizza G come Giungla. Ritmiche diverse, ho giocato con la musica. Non era in preventivo che nascesse un album ma è stato un momento in cui arrivavano tante canzoni e tutto con naturalezza.
Un disco rabbiosamente intimo.
Il nocciolo dell’album è privato: seguo il personaggio Riko. G come Giungla è l'incazzatura per le banche che hanno vinto, per il sietma che non va ma lui non avendo avuto il tempo per un futuro preferisce cedere alla disillusione ma avere coltivato il sogno. La disillusione è un buon prezzo. Made in Italy è un album di canzoni, i concept degli anni Settanta erano molto musicali.
Lei è disilluso come Riko?
Io faccio fatica a smettere di essere idealista. Tra cacciatori o cacciati hanno vinto le banche. Il nostro cambiamento deve essere una maggiore consapevolezza. Il sistema è radicato. In Riko c'è un punto A che è la crisi esistenziale e un punto B che sono consapevolezza e un po’ di maturità.
Il 3 febbraio 2017 parte da Roma il suo tour nei palasport: Made in Italy che spazio avrà?
Lo faremo tutto, non so se in sequenza o a blocchi. Andiamo nei palazzetti per suonarlo elettrico ma sarebbe perfetto anche nei teatri. Non so come verrà preso dalla gente, deciderò dopo come rappresentarlo. Chi mi garantisce che una mia canzone piaccia a tutti? Stavolta sento che il cambiamento è forte e sono agitato più del solito, il verdetto viene dalla gente.
Riesce mai a stara fermo?

Non so cosa sia la quiete assoluta, se ha una formula la accetto!
Come legge l'Italia?
Fino in fondo ho creduto che la politica modellasse questo mondo verso una equità con una forbice minima tra ultimi e primi. Molte di quelle promesse sono state disattese, la forbice si è allargata, sapere che sistema bancario e altissima finanza sono in mano a una percentuale esigua di persone e l'indigenza si è diffusa indica un fallimento. Io sono quello di G come Giungla, Riko lo esprime da più incazzato. Le posso raccontare una storia?
Certo.
Ho20 amici da 30 anni. Ci siamo comprati una casa qui in zona e ci abbiamo costruito un nostro mondo. Molti sono operai, persone che si sudano la vita. Quindi ho di prima mano queste informazioni. Vedo la loro vena che si gonfia sul collo quando si entra in questi argomenti.
Ci molla anche lei?
Io non rinuncio alla speranza e lo faccio cantare a un coro di bambini in Un'altra realtà, la canzone che chiude il disco. Sento di suggerire la speranza. E’ il sentimento più da sfigati, lo so, ma io sono fatto così. Bisogna sempre avere la speranza di un cambiamento, la musica gioca un ruolo molto importante.


 

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