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22 febbraio 2017

A lezione di terrorismo e fratellanza da Tahar Ben Jelloun

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Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun

Abbiamo incontrato Tahar Ben Jelloun per parlare di tramandare, partecipare e costruire, per discutere di terrorismo e immigrazione, cultura e fratellanza. Il suo libro è Il terrorismo spiegato ai nostri figli (La Nave di Teseo)

di Fabrizio Basso
(@BassoFabrizio)


Eccolo Tahar Bel Jelloun, uno dei massimi scrittori viventi. Più ieratico che carismatico, più concreto che affabulatore, ha allungato la mano verso i nostri figli per spiegare loro cosa è il terrorismo. Tramandare, partecipare e costruire. E un filo che cuce i pensieri e si chiama cultura. Il suo ultimo libro, edito per La Nave di Teseo, si intitola Come spiegare il Terrorismo ai Nostri Figli. Una domanda che necessita davvero di un libro per una risposta articolata e sincera. E a volte un solo libro può non bastare, perché nel cuore puro dei bimbi germoglia sempre una domanda successiva: "Ai bambini non si mente, è importante in famiglia parlare di razzismo e terrorismo". E il primo passo, per lo scrittore nato a Fès, in Marocco, nel 1944, è un versetto del Corano, che simboleggia fratellanza e convivenza: vi abbiamo creato voi popoli diversi per potervi incontrare per potervi conoscere. Un altro versetto si riferisce ai crimini e dice che se uccidete una persona innocente è come assassinare l’umanità intera. Ciò cancella tante scuse tragiche che qualcuno vuole imporci anche in modo crudele. Bisogna lavorare con i bambini perché l’istruzione è alla base di tutto. L’Enfant Sauvage di Francois Truffaut narra di un bambino abbandonato nel bosco dalla mamma: ha vissuto come un selvaggio assumendo tutti gli aspetti della foresta, compresa violenza, irrazionalità e dolcezza totale. Quando lo trovarono fu un lavoro profondo adattarlo alla civiltà. Trasportiamo questo concetto di isolamento: pensate quando a scuola nessuno parla della violenza che accade intorno a noi. Parlarne non risolve i problemi ma evita di crescere con i pregiudizi, che sono la radice della violenza".

Introducendo l'idea di libertà Tahar Ben Jelloun pone un quesito: "Se una donna vuole vestirsi tutto di nero ed essere invisibile e non le viene permesso violiamo la sua libertà? Quale è il problema? Non sappiamo chi c’è sotto, può esserci anche un uomo, forse un essere non umano. I visi sono fatti per conoscersi, incontrarsi. Nella sfera pubblica che la donna sia riconoscibile è giusto, libertà è stare con gli altri. Vivere insieme significa accettare che il vicino viva affianco a me, è un contratto sociale. Posso non amare il mio prossimo ma lo devo rispettare. Nel mio Marocco c’è qualche problema di vicinato, quando un uomo arriva a casa pensa di essere un re: televisione al massimo, trapano, martello pneumatico in funzione…scrissi, commentando questi comportamenti, che non siamo educati noi marocchini e fui insultato: fu la prova che non siamo educati. Vivere con gli altri è dare concessioni, accettare l’altro. Parlarne nelle scuole è un investimento sul futuro. Io studiavo in una scuola franco-marocchina, il preside era di origine bretone ed era di un razzismo senza confini: per lui eravamo tutti sporchi arabi. Mio padre diceva che era un cafone. Eppure da lui, che comunque era un insegnante, ho imparato a domandarmi cosa ci fosse che non andava, come si fa a generare odio e non rispettare il prossimo".

E qui lo scrittore naturalizzato francese ci introduce nei concetti di diversità e fratellanza: "Siamo diversi ma dobbiamo vivere insieme e trasmetterci dei valori. Da una parte dobbiamo darci la mano per offrire un futuro di profondi valori ai nostri figli. Le famiglie devono partecipare al processo educativo. Michel de Montaigne diceva che il viaggio sfrega un cervello contro l’altro: i viaggi mostrano le diversità umane. Noi sia una sola umanità composta da più di sette miliardi di esseri umani. Chi parla di razza è razzista. I mediterranei sono frutto di mescolanze. Siamo esseri umani fatti per collaborare e vivere insieme. Il meticciato è un passo avanti, io dico che sono più belli degli altri perché sono il frutto di incontri.

Qui arriva l'importanza di un contratto sociale: "La politica che deve entrare a scuola è educativa. Dobbiamo insegnare dei valori, che sono la base della vita. E deve restare l’elemento ludico, il bambino non deve sentirsi in una dimensione noiosa, bisogna uscire dalla pedagogia triste e senza immaginazione. Ciò significa che gli insegnanti devono anche essere artisti. Vanno pagati di più, gli insegnanti. Come imbrigliamo la storia e la concateniamo al presente? Va raccontata la storia delle tre religioni, da Abramo profeta dei profeti al giudaismo, poi la storia di Gesù e il cristianesimo e infine l’Islam. Sono rre religioni monoteiste. Non uccidere, non rubare e il rispetto sono punti comuni anche se su altri temi permangono delle differenze. Io abitavo, da piccolo a Fès, e negli anni Cinquanta non c’era il riscaldamento, sembrava di vivere nel Medio Evo. Non c'era il riscaldamento e per pregare servivano le abluzioni. Io diventavo blu di freddo e mio padre disse: l’Islam è facile, non devi uccidere, rubare, mentire e devi portare rispetto, le preghiere sono una formalità, ciò che importa è che questi valori siano ancorati al cuore. Mi ha liberato da un peso, ancora oggi sento quella leggerezza: il mio Islam è nel cuore. La storia va raccontata ai bambini in modalità semplice".

Per questa finalità l'importanza delle parole diventa strategica: "Come faccio a spiegare il terrore e il terrorismo ai bambini che non sono preparati? Gael Faye, scrittore originario del Ruanda racconta la sua vita nel libro Piccolo Paese: era bambino quando ci fu il genocidio, massacri di gente che per secoli aveva convissuto. Si parla di 900mila morti. Il padre gli raccontava il genocidio come raccontasse una storia antica, ha trasformato la tragedia in parole e ci vuole talento, bisogna saperlo fare. Nella parola terrore l’etimo e tremare, il creare panico latino. Il racconto deve essere oggettivo, quindi parole semplici ma giuste. Ai bambini piacciono i confronti, devono essere in posizione attiva, tipo potrebbe succederti: il bambino va messo al posto della vittima, va costruita quasi una filosofia teatrale. La vita è un fiume in grande movimento, per fortuna le cose si muovono. I bambini non vanno sovraprotetti, il bambino è aperto, aspetta solo di imparare: noi possiamo insegnare il bene o il male".

La questione, in conclusione, è che non si parla a sufficienza delle basi del vivere comune. Incontri come quello di Tahar Ben Jelloun con gli studenti di Reggio Emilia, alla presenza del sindaco Luca Vecchi, ne andrebbero fatti di più per portare avanti scambi e condividere percorsi di riflessione. L'talia è un paese comunicativo che deve aprirsi, deve educare, deve evitare che le migliaia di messaggi che i terroristi mettono quotidianamente in rete facciano vittime, converatno chi magari è più debole al terrorismo. Ma non bisogna avere paura perché se ci si chiude in casa andremo verso la fine della civiltà. La cultura è scambio di punti di vista e va sollecitata, incentivata, sostenuta.

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