14 marzo 2017

Il diario della musica, Lo Stato Sociale

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Un diario da sfogliare. Le interviste, le recensioni, le anticipazioni più curiose del mondo della musica sono raccolte qui, un album che si alimenterà costantemente: ecco Lo Stato Sociale che presenta con una video-intervista esclusiva il nuovo disco Amore, Lavoro e Altri Miti da Sfatare. A seguire Massimo Ghiacci dei Modena City Ramblers presenta il nuovo disco Mani come rami, ai piedi radici

di Fabrizio Basso
(@BassoFabrizio)


Un disco atteso. Amore, Lavoro e Altri Miti da Sfatare è il nuovo disco dei bolognesi Lo Stato Sociale che, come loro stessi dicono, fanno canzonette. Non è proprio così perché c'è più saggezza nei loro testi che nelle parole di persone che della saggezza dovrebbero cospargere la quotidianità. Saranno in concerto, data unica, al Forum di Assago il 22 aprile. Il disco, che abbiamo ascoltato in anteprima, è una dimostrazione di forza, un atto di coraggio fatto da un collettivo. Parola che credevamo desueta e che invece è ancora molto sentita dalla generazione dei trentenni. Ma chi è, dove va e cosa fa Lo Stato Sociale...lo affidiamo alle loro parole in questa video-intervista esclusiva per il sito di Sky.










Il dario della musica, i MODENA CITY RAMBLERS


Un titolo che è già una storia, una suggestione: Mani come rami, ai piedi radici, in uscita il 10 marzo per l'etichetta della band, è il nuovo lavoro dei Modena City Ramblers, con distribuzione Believe, in cd e vinile a tiratura limitata. Dopo un ascolto in anteprima, ne abbiamo parlato con Massimo Ghiacci, bassista dei MCR dal 1992. Curioso di natura, ha sovente utilizzato le pause dalla band per seguire progetti propri. Ma ora che la macchina riparte, dopo quattro anni, la concentrazione su Mani come rami, ai piedi radici è totale.

Massimo quale è la prima novità di Mani come rami, ai piedi radici?
A differenza degli ultimi lavori, i Modena City Ramblers in questa nuova avventura in studio fanno tutto da soli, con l'eccezione di un'unica collaborazione, ma di grande prestigio, con la band americana dei Calexico, che impreziosisce di sapori desertici l'ammaliante ballata My Ghost Town, cantata in inglese e punto di approdo tra orizzonti morriconiani, celtici e tzigani.
C'è anche un massiccio uso del vostro dialetto.
Fa parte del nostro linguaggio più forte, più legato alla nostra identità. Sempre con un atteggiamento rispettoso dell’identità culturale che si cela dietro la lingua ma col nostro atteggiamento punk e senza fare troppo i filologi del dialetto. Considerato che siamo della zona ma ogni dieci chilometri cambia già la pronuncia.
Cosa è il dialetto?

Rispetto e arte. Oltreché la possibilità di giocare con i termini.
Esistono ancora i sognatori?
Voglio ancora credere che esistano se no non ci sarebbe più ragione per suonare, dipingere, scrivere e fare l’amore.
Una canzone si intitola Il Grande Fiume: cosa rappresenta il Po oggi?
Un flusso di coscienza, è una sorta di archetipo, per noi il Po è il senso di movimento della vita, è energia della vita, mutamento, cambiamento, movimento. Ci sono tante declinazioni.
Non è la prima volta che lo cantate.
Il Po era già in Al Fiomm, vecchia canzone dei tempi di Cisco frontman. Il Po ha determinato una cultura ma per noi che lo respiriamo ma non viviamo sulle rive ha una valenza magica e simbolica. Qui ogni trenta chilometri si apre uno scenario diverso.
Un senso di sospensione.
Giusto. Ci sono luoghi sospesi tra una vocazione verso la pianura, confine immaginario, e il Po. E’ come le colonne d’Ercole, bisogna "ansare" oltre.
Voi che avete segnato almeno tre generazioni, che mantenete viva la memoria partigiana, che leggete la quotidianità in modo schietto...come vivete questa epoca?
Noi non stiamo fermi. Vogliamo ancora vivere le esperienze, cerchiamo di interpretare l’oggi con la consapevolezza degli ultra quarantenni ma abbiamo anche voglia di capire e comprendere quello che accade intorno a noi. Da padre cerco di guardare l’oggi come lo può vedere mio figlio. Conta l’oggi, non è filosofia. Bisogna pensare qualcosa da opporre al qualunquismo, alla prepotenza.
In concerto portate sempre Morti di Reggio Emilia?
Noi siamo una resistenza culturale ben consapevole del nostro ruolo e posizione. Ma dobbiamo anche tenere presente la nostra sensibilità: per noi serve sempre una canzone storica e politica e va bene anche in forma tradizionale. E’ nel filone di Bella Ciao, di Contessa, di Fischia il vento. La componente identitaria è molto forte per noi, le lotte operaie si legano agli anni Settanta, stagione significativa e piena di eventi. Attirare l'attenzione e commuovere con quei racconti significa mantenere viva una certa identità.
Quando nasce
Mani come rami, ai piedi radici?
I primi vagiti risalgono all'estate 2015. E’ un progetto che voleva essere una collaborazione con La Fanfara Tirana. Volevamo fare qualcosa insieme, mescolando i loro modi tradizionali di fare musica con i nostri testi. Pensavamo a un mercato internazionale, poi il progetto si è arenato, il de profundis è stato il primo maggio con una bella cosa fatta insieme.
Come avete reagito?
Ci siamo detti: cosa facciamo di tutto il materiale? Ci è venuta idea di proseguire da soli perché era molto interessante sviluppare una apertura mentale non dico migliore ma differita. Abbiamo sacrificato alcune parti strumentali legate a loro e le abbiamo sostituite con elementi strumentali nostri.
Un suono assolutamente folk.
A noi interessava un disco meticcio. Come testi c’erano canzoni in inglese tra cui una morriconiana, che abbiamo tenuto per i Calexico.
Come è nata la collaborazione?
Li abbiamo conosciuti a Bologna, si sono dimostrati disponibili, gli abbiamo consegnato una chiavetta col demo del brano, poi sono spariti per mesi.
E voi?
Ci siamo dati una scadenza. Gli abbiamo mandato una mail per avere almeno un no ufficiale e loro hanno risposto che la batteria era già stata fatta e se desideravamo che aggiungessero qualcosa. Sembra quasi che sia stata registrata dal vivo, non so cosa abbiano fatto nel loro studio. Certo ora sarebbe molto bello averli sul palco.
E' possibile?
Non lo sappiamo ma noi saremmo già felici che ci portasse al di fuori dei confini. L'estero è il solo lato dove ci sentiamo un po’ sconfitti.
Cosa è la notte per voi?
Un luogo non luogo, può essere magico, può dare adito a tante interpretazioni. Io lì mi sento diverso da quello che sono. E' densa di simboli, è popolata da sogni, paure e vite alternative che mi piacerebbe percorrere ma che il risveglio porta via.
C'è qualche canzone che col tempo le è venuta a noia?
No. Contessa oggi la suono e me la godo. Ogni canzone ha una vita propria e cambia insieme a noi, ci parlano degli anni e appaiono nuove. Noi facciamo le cose che abbiamo voglia di fare e oggi è un lusso che vorrei durasse a lungo. Noi siamo una democrazia, c’è chi è più arrangiatore e chi compositore...ognuno fa il suo.
Infine la canzone Pecore elettriche: si addormenta mai sognandole?
Personalmente non le sogno ma le vedo sul cellulare. In origine era in inglese e psichedelica. Parla del nostro essere digitali ma anche delle difficoltà analogiche. Un testo per noi originale.

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