21 marzo 2017

Sky Arte, Italian Sound accoglie Motta: l'intervista

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Dopo i Decibel e The Giornalisti, Italian Sound, l'appuntamento di Sky Arte con l'universo della musica in programma ogni mercoledì alle ore 21.15, ospita Motta che si racconta e parla del suo disco, La Fine dei Vent'anni, e del relativo tour. Nell'attesa lo abbiamo intervistato

di Fabrizio Basso
(@BassoFabrizio)


C'è una generazione di rivoluzionari della musica. Viaggiano intorno ai trent'anni, raccontano la vita di tutti i giorni, fanno capire che fare luce con l'accendino è più suggestivo che con l'i-phone e i loro concerti sono happening. Uno di questi è Francesco Motta, trentenne pisano protagonista della terza puntata di Italian Sound, l'appuntamento che Sky Arte dedica ai ritratti della musica in programma ogni mercoledì alle ore 21.15. Il 22 marzo troveremo Motta, che, nell'attesa, noi abbiamo incontrato e intervistato.

Motta sta per arrivare la sua serata su Sky Arte.
Ho contato circa cento date e ad aprile mi fermerò per un po'. Dunque avevo bisogno di studiare qualcosa di unico per Italian Sound.
C'è riuscito?
Spero di sì. I brani ormai li abbiamo dentro a forza di proporli, per Sky Arte abbiamo creato arrangiamenti nuovi. Non proprio acustici ma quasi.
Risultato?
Non posso dire che alcuni sono venuti meglio che nel disco, ma è un bel match. In più ho capito tante cose.
Nella sua musica ci sono Africa, Mali, Tinariwen...c'è molto Sud Sahara.
Ormai l'accoppiata Africa-elettronica è abusata. Per questo il mio prossimo viaggiare sarà altrove anche se non ho idea di dove.
Non ha voglia di stare un po' a casa, nel suo appartamento romano del Pigneto?
Anche. Ho una casa piccolissima. Ci siamo stati con Sky Arte. Lì, in quei pochi metri quadrati, sono nate le mie canzoni. Con cento metri quadrati di abitazione avrei potuto scegliere, nel piccolo no. E per me è un bene.
C'è rabbia nelle sue canzoni.
Non è aggressività, è voglia di mettere il cuore sul tavolo. Tutti abbiamo cose da raccontare, è la voglia di dirle che fa la differenza. Io lo chiamo lato punk.
Forse lei le racconta meglio di altri, visto il seguito che ha.
Ho attraversato un periodo di lucidità che mi ha permesso di guardarmi intorno col sorriso. Sono un privilegiato a fare il musicista.
Si sente responsabile di quello che dice?

La verità va detta. Anche se non piace. E' un periodo in cui, per la prima volta, vedo dei ragazzi più giovani sotto il palco. Sa quale è la vera responsabilità?
No.
Staccarsi dai discorsi da bar e della politica e prendere una posizione.
I sold out sono arrivati...ma che fatica!
Sono dieci anni che faccio musica in modo disciplinato. Ho sempre sperato di riuscire a vivere di musica e non mi vergogno a dire che i miei genitori mi hanno aiutato a seguire quella che ero certo fosse la mia via.
Qualcosa da rimproverarsi?
No, ho lavorato sempre con coscienza.
Si percepisce ascoltando La Fine dei vent'anni.
Ci ho lavorato cinque anni. Ogni nota, ogni parola sono state scelte, cambiate e sovente riscelte. Ogni canzone viene rigenerata. Poi, e si vede in tour, il luogo, l'atmosfera e le persone cambiano l'alchimia e ogni sera è diversa.
E' felice di ciò?
Eccome. Quando il significante muta il significato è meraviglioso.



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