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10 maggio 2017

Omar Pedrini, musica e vita come se non ci fosse un domani

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oma

Omar Pedrini si racconta alla vigilia dei cinquant'anni. Il suo non è un semplice disco: è una analisi personale, attenta, curiosa e ribelle di quella che oggi è la quotidianità. Un disco che semina speranza nonostante la disillusione. Si intitola Come se non ci fosse un domani: lo abbiamo incontrato e intervistato per parlare, semplicemente, di vita

di Fabrizio Basso
(@BassoFabrizio)


Partiamo da due nomi: Noel Gallagher e Lawrence Ferlinghetti. Che sono due leggende, della musica e della letteratura, lo sappiamo. Per averli entrambi ospiti nel propprio disco chi bisogna essere? Una super leggenda? Assolutamente no, semplicemente lo Zio Rock. Omar Pedrini torna col nuovo lavoro Come se non ci Fosse un Domani (Warner Music) e oltre alle collaborazioni con Gallagher in Un gioco semplice e Ferlinghetti in Desperation Horse si regala quelle con Ian Anderson dei Jethro Tull in Angelo Ribelle e della Royal Albert Hall College Orchestra in Freak Antoni e ancora in Angelo Ribelle. Lo abbiamo incontrato e intervistato.

Omar che disco ci regala?
Un lavoro fatto più con urgenza che con consapevolezza. Un album di pancia. Io sono nel terzo tempo.
Come nel rugby?
Esatto. Sono un ex giocatore. Per due volte credevo che la vita mi sfuggisse e invece ce l'ho fatta. Mi avevano dato il 20 per cento di possibilità di sopravvivere...
Di uno di quei momenti parla nel brano Freak Antoni.
Il titolo porta il nome dell'indimenticato leader degli Skiantos ma racconto la Bologna vista dall'ambulanza o dai vetri dell'ospedale Sant'Orsola. Negli anni Ottanta e Novanta Bologna per me era un luna-park, ci andavo con un amico che ora non c'è più. Ero quello dei Timoria e ciò mi apriva tutte le porte. Ho avuto una mezza storia d'amore con una cameriera.
Il viaggio che canta è invece stato diverso.
Non riuscivo a stare sdraiato nell'ambulanza, mi sono messo a sedere e vedevo la Bologna dei viali, ho pensato che Freak non c'era più, ho pensato che di notte cantavi per strada Io sono uno Skiantos giusto per svegliare chi dormiva, che sotto i portici e in piazza Grande incontravi chiunque. Il titolo ricorda Freak ma canto la città vista attraverso i lampioni del Sant'Orsola.
Ha avuto riscontri?
Mi ha chiamato Dandy Bestia, l'altra anima degli Skiantos. E' possibile che entri nel loro prossimo disco. Freak Antoni era un personaggio incredibile: a Bologna c'è una statua a lui dedicata, è vestito da direttore d'orchestra ma seduto sulla tazza del water con i pantaloni arrotolati sulle caviglie. Io ho provato a portare questa canzone al Festival di Sanremo perché era un suo sogno ma non la hanno presa.
Certo che nonostante la vita spesso in salita ne ha di forza.
Oggi ho quasi 50 anni e mi chiamano Zio Rock ma sono sempre stato il Guerriero.
Insomma, vive davvero come se non ci fosse un domani.
Convivo col senso di incertezza. Quando mi hanno detto che potevo tornare a fare concerti ero al settimo cielo. Poi i medici hanno aggiunto: senza spingere troppo. Io non posso stare sul palco tranquillo, io sono rock. A volte mi sveglio e sento che ho già paura.
A conoscerla non si direbbe...
Il disco non è un concept ma va detto che i temi si ripetono. Ogni mattina apri gli occhi e sai che ti attende una guerra personale: dal lavoro che non c'è a come arrivare alla fine del mese...e io ci sono passato. Non mi vergogno a dire che c'è stato un periodo, che a causa della salute non potevo lavorare, che faticavo a pagare le bollette. Senza parlare dell'inquinamento, delle polveri sottili, della vecchia quercia che vogliono abbattere nel piacentino e che ho cantato nel precedente disco insieme ai Modena City Ramblers.
Però ha un finale di album dolce, positivo con Sorridimi.
Una mattina mia figlia Emmadaria, che ha quattro anni, è salita sul letto e mi ha allargato un sorriso magico, mi sono detto che dovevo uscire e spaccare il mondo. Oggi i giovani fanno la rivoluzione seduti davanti al computer, noi scendevamo in piazza. Sono fiero di essere vintage. E quasi cinquantenne. Leggo che Trump non vuole rispettare il trattato di Parigi: nell'epoca dei mei vent'anni avremmo fatto la rivoluzione.
Chi è oggi Omar Pedrini?
Quando ho iniziato a frequentare l'università, e ai tempi volevo fare il giornalista, fui subito circondato da attivisti politici, ognuno mi spiegava perché la sua ideologia stava nel giusto. Io ero disorientato e lo fui finché non mi dissero: non ti occupare di politica, sarà lei a occuparsi di te.
Come si definisce?
Un pacifista incazzato. Ho fatto la scelta pacifista dopo avere conosciuto i monaci tibetani. Ma attenzione, essere pacifista non significa essere debole.
Cosa promette con Come se non ci fosse un domani?
Di trasmettere energia. Per me fare il cantante, il musicista è una necessità. Mi considero un esordiente, ritengo questo il mio secondo album dopo Che ci vado a fare a Londra? perché prima ci sono otto anni di vuoto.
La sua amicizia con Ferlinghetti?
Mi aveva già regalato due reading. Lui ha 98 anni e vive a San Francisco. Mi ha fatto coraggio quando stavo male. Ascoltarlo quando racconta le sue storie, quando rievoca come è nato L'Urlo di Allen Ginsberg, poesia che nessun editore voleva e oggi è un manifesto intergenerazionale, è ipnotizzante. E' un faro per me.
Come nasce Desperation Horse?
Era a un incontro vestito da cowboy e un bambino gli si è messo davanti chiedendogli se fosse un cowboy vero. Lui lo ha convinto ma quando il piccolo gli ha chiesto dove era il suo cavallo Lawrence è rimasto spiazzato. Poi ha speigato che lui cavalca tutti i giorni, il cavallo è invisibile ma c'è e porta sempre in luoghi meravigliosi.
Come fa lei con le sue canzoni?
Io sono un festaiolo, vivo come se non ci fosse un domani. E spero siano in tanti a farlo insieme a me.




 

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