di Federico Guerrini

Dice che “l’arte non può salvare il mondo, ma di certo può contribuire a cambiarlo”, e per ottenere questo risultato si impegna in prima persona, recandosi nei luoghi più poveri e disagiati del mondo con in testa due idee fondamentali: “far viaggiare” le storie di chi non ha voce, e contribuire a cambiare la percezione dei più deboli, soprattuto quando sono raccontati in modo troppo caricaturale dai media.

Dell’artista che qualcuno ha già definito il Cartier-Bresson del XXI secolo, si conoscono soltanto le iniziali, JR, come il cattivo del celebre serial Dallas, ma per il resto si sa  molto poco. Solo l’età, ventisette anni, e la nazionalità, francese.

A parlare sono le sue opere, enormi poster che ritraggono in bianco e nero volti di persone comuni, affisse su muri e tetti di edifici africani, europei, asiatici e sudamericani. Le facce sono spesso distorte dal grandangolo e le espressioni dei soggetti curiose e bizzarre, lontane dall’iconografia ufficiale.

Malgrado l’anonimato e la scelta di rimanere sotto traccia, JR è un artista assai quotato; una delle sue opere è stata battuta all’asta da Sotheby per 35mila dollari e di recente il giovane parigino ha vinto il TED Prize, un premio assai prestigioso destinato agli innovatori le cui “idee meritano di essere diffuse”,

Il suo percorso artistico inizia da adolescente con graffitti sui muri di Parigi e vira verso la fotografia dopo il casuale ritrovamento di una fotocamera nella metropolitana della capitale. Oggi si definisce un “photograffeur”, una via di mezzo fra un fotografo e un graffittaro, e per i suoi progetti utilizza non solo fotografie, ma anche video e stampe su carta.

Pubblica il suo primo libro, “Carnet de Rue” nel 2003, dopo un tour nelle principali capitali europee per conoscere il mondo degli artisti di strada internazionali, ma si fa conoscere al pubblico francese fra il 2004 e il 2006, con il progetto “Portrait of a Generation”.

È l’epoca immediatamente successiva ai tumulti nelle banlieu parigine: infastidito dall’immagine che i media tradizionali danno dei giovani di origine maghrebina in rivolta, volti cupi e livorosi, ripresi con il teleobiettivo, JR decide di tappezzare (illegalmente) il centro di Parigi con primi piani più gioiosi e solari, ottenuti con un 28 mm. Nel 2007 ripropone lo stesso concetto per il progetto Face2Face in un luogo piuttosto particolare: il muro che separa Israele dai territori palestinesi.

Su entrambi i lati del muro, incolla fianco a fianco foto giganti di volti di arabi e ebrei che fanno lo stesso mestiere: un tassista israeliano accanto a uno palestinese, un muratore assieme a un altro muratore e così via. “Il messaggio era semplice ma d’impatto  - spiega al Guardian – quando sei in posa di fronte all’obiettivo, quello che ti unisce è più di quello che ti separa. È un modo per abbattere le barriere”.

Seguono altri viaggi, quasi sempre in luoghi a rischio. Come la favela Morro da Providencia di Rio de Janeiro, dove fa tappa per il progetto “Women are heroes”, dedicato al ruolo insostituibile delle donne come collante delle comunità. A proteggerlo è la sua integrità: non è lì per conto di un marchio pubblicitario, non è nemmeno un giornalista che vuole lucrare su qualche storia strappalacrime; è lì solo per aiutare gli altri a esprimersi. E i brasiliani, come i cambogiani, i kenyoti e  gli arabi prima e dopo di loro, lo capiscono. In capo a qualche giorno, i muri della favela che guardano verso il centro cittadino sono tappezzati da occhi giganteschi che fissano con sguardi duri: sono gli occhi delle donne del quartiere, dove poco tempo prima sono stati uccisi dei ragazzini in circostanze poco chiare.

Il premio del Ted, centomila dollari e tutto il supporto dell’organizzazione per realizzare un “desiderio” del vincitore, non ha cambiato il suo approccio di fondo all’arte e alla vita. Il suo desiderio è stato quello di mettersi, se possibile ancora più un disparte, lanciando il progetto Inside Out, grazie al quale sono le persone stesse, a scegliere con quale foto vogliono essere immortalate e su quale superficie incollare i loro poster.

In Tunisia, per esempio, dopo la rivoluzione di primavera, le gigantografie sono state usate per ricoprire i palazzi simbolo del potere dell’ex dittatore Ben Alì.  Un modo per riappropriarsi dello spazio urbano e lasciarsi alle spalle l’orrore.

Nel frattempo, anche se ha “ceduto” il suo metodo di lavoro in crowdsourcing, JR non ha smesso di impegnarsi in prima persona: al momento sta lavorando a due progetti, “Le rughe della città”, in cui la storia delle città viene abbinata a quella dei suoi abitanti incollando enormi foto di persone anziane su facciate di edifici dismessi o in via di demolizione, e “Unframed” che ripropone in versione extralarge immagini che hanno fatto la storia della fotografia, estratte dalle collezioni dei musei.
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Video: JR al TED