Si intitola “Scenari d’arte” la mostra fotografica di Cris Thellung: un insolito viaggio alla riscoperta dei capolavori dell’arte, e non solo. Leggi l’intervista e guarda la fotogallery
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Barbara FerraraPortare fuori dai musei le opere d’arte e farle proprie attraverso quelle che lui stesso definisce visioni: questo l’obiettivo del lavoro di
Cris Thellung. Creare nuovi circuiti fuori da quelli ordinari, andare “dove non costa, le luci sono già accese e c’è una certa sensibilità”. Un messaggio forte e chiaro che abbatte le pareti stuccate delle gallerie per arrivare alla gente comune, alla strada. Non sorprenderà la location della mostra: la sala d’attesa dello studio dentistico di
Guido Delli Ponti in pieno centro a Milano.
La
mostra raccoglie le emozioni che l'artista ha vissuto ammirando i grandi capolavori:“La sfida è stata mettere le mani su opere di grandi autori”. E mosso dalla grande passione per il cinema francese si è avventurato alla (ri)scoperta dei luoghi cari ai vecchi film di Vigo, Chabrol e Truffaut per vedere cosa sono diventati.
“L’arredo urbano cambia negli anni a seconda di chi ci vive e delle situazioni, sono molto sensibile al cambiamento che hanno le città. Certi angoli sono rimasti uguali, altri sono diventati un supermercato, un cinema, un negozio di motorini Piaggio”. Thellung è partito dal cinema per andare avanti con la scultura, la pittura, e capire che “scenari d’arte sono tanti, anche quelli di un grande chef”.
Com’è nata la passione per la fotografia e cosa rappresenta per lei?Da bambino, mio padre mi ha dato una Leica degli anni Trenta che gli aveva regalato il nonno. Ho imparato a fotografare su una macchina che tra l’altro aveva problemi di inserimento della pellicola. Per me la fotografia non è tanto l’inquadratura quanto la luce. La luce determina la fotografia, gli umori e forse anche la vita.
Dopo la laurea in architettura lei ha lavorato in radio, ha fatto il regista in Rai per dieci anni, il giornalista e il fotografo in giro per il mondo, cosa accomuna le sue scelte?Non lo so, forse la comunicazione, il mondo che si muove. Ultimamente capirne un po’ di più delle nuove tecnologie e imparare ad usarle come mezzo, mai come fine.
Come nasce la mostra “Scenari d’arte”? La scintilla è nata dal desiderio di stare a Parigi il più possibile, di viverla un po’ di più e di conoscerla. Appassionato di cinema francese mi son detto: “perché non andare a scovare i posti dove sono stati girati i film di Vigo, Chabrol, Truffaut? Vedere cosa sono diventati è stato affascinante, così come il rapporto con la gente del quartiere che ho incontrato.
Cosa la affascina tanto di Parigi?Quello che non affascina il turista italiano che va a Parigi, e soprattutto i parigini, anzi le parigine. La città intera, non solo quella monumentale ma anche quella dei quartieri dove la gente ti osserva, ti avvicina, ti chiede da fumare e ti parla.
Cosa pensa del digitale, è un bene o un male?E’ un obbligo. Io per decenni ho fatto foto con la pellicola e ad un certo momento ho capito che era come andare a cavallo ma era nata l’automobile, potevo andare avanti a cavallo però dopo per strada incontravo le macchine. L’aspetto positivo del digitale è la post-produzione: hai la gestione personale di come sarà la stampa finale. I colori vengono come tu li vuoi e non come li vuole il laboratorio.
"L’arte è una questione di virgole", diceva Léon-Paul Fargue, è d’accordo? Io non ne posso fare a meno. Se tu riesci a vivere senza dei riferimenti belli nella tua esistenza, sei bravo, io non ce la faccio. Senza quello che la musica rock mi ha dato negli anni Sessanta sarei diverso o sarei morto. L’arte può salvare molte persone.