di Paolo Nizza

Si sa, durante le feste si appagano gli occhi e la bocca in un’orgia bulimica di film e leccornie. Come diceva Hitchcock: “Il cinema non è un pezzo di vita, è un pezzo di torta”. D’altronde, il 28 dicembre del 1895, il giorno in cui nacque il cinematografo, i fratelli Lumière proiettarono La colazione del bimbo in cui due genitori imboccano il loro figlioletto. E nel 1904 Georges Méliés,con la sua fantasmagoria Sorcellerie culinaire, trasformò una cucina in un inferno.

Il pranzo è servito. A prescindere dal celebre quiz e dalla sua mitica sigla, il cibo riesce a rendere conviviale anche la galera se a occuparsi dei manicaretti sono Quei bravi ragazzi di Scorsese. Insomma, per usare un motto caro a Il Padrino di Coppola: “Lascia la pistola e prendi i cannoli.” Perché in fatto di cucina gli italoamericani la sanno lunga. Basta pensare al succulento timballo di Big Night: “al suo interno ci stanno le cose più buone del mondo!"
Sfiziose pure le pietanze italo-turche che condiscono tutto il cinema di Ozpetek: da Le fate ignoranti a Saturno Contro. Per gli amanti delle Tapas, il nome giusto é Almodovar. Le tortilas di Penelope Cruz in Volver e il gaspacho di Carmen Maura in Donne sull’orlo di una crisi di nervi sono superbi.

Se si parla di cucina francese, il maestro è Vatel, l’inventore della crema Chantilly che nel film di Joffe assume il volto di Depardieu. E ai fornelli se la cavano bene pure i messicani. Nonostante siano nervosi in Come l’acqua per il cioccolato sfornano afrodisiache quaglie in salsa di petali di rosa e altre prelibatezze da gourmet. Al pari dei danesi: chi non vorrebbe partecipare al Pranzo di Babette e annegare in brodo di tartaruga, caviale, foie gras, babà al rhum? Se poi si apprezzano i sapori speziati c’è il greco un Tocco di zenzero e il tunisino Cous Cous di Abdellatif Kechiche che ha deliziato i difficili palati veneziani.
Con l’Oriente, poi, si va sempre sul sicuro dal Banchetto di Nozze a Mangiare bere uomo donna (entrambi diretti da Ang Lee) passando per Tampopo del nipponico Juzo Itami. Se invece al giapponese ci volete andare con il ragionier Fantozzi è meglio optare per il più ruspante “Gigi il troione”. Anzi, vista la sfiga proverbiale del ragioner Ugo con tordi e pomodorini è meglio darsi malati. Da evitare pure un eventuale passaggio in India. Si rischia di finire come in Indiana Jones e il Tempio maledetto, costretti a degustare cervelli di scimmia, e altre amenità. Alla fine forse è meglio farsi invitare dal topo di Ratatouille.

D'altra parte, è dai tempi di Trimalcione che a noi italiani piace mangiare al cinema. Da Miseria e Nobiltà a Un americano a Roma di fronte alla pasta ci esaltiamo. Di fronte al timballo di maccheroni del Gattopardo, incantati dall’oro brunito dell’involucro e dalla fragranza di zucchero e di cannella ci commuoviamo. Pure se siamo snob, ci sciogliamo se in tavola arriva il mitico zuppone alla porcara celebrato dai Nuovi mostri.
Anche se a volte mangiare significa morire. Come accade alla comparsa Stracci, che crepa di indigestione sulla croce nella Ricotta, film capolavoro di Pier Paolo Pasolini. O ai quattro crapuloni della Grande Abbuffata di Marco Ferreri. "Aspiranti suicidi con lo stomaco traboccante e i genitali svuotat", come scrisse Moravia. Un film farcito di sesso e morte tra una bavarese di tette, una torta Andrea e un monologo di Amleto con in mano la testa di maiale al posto del teschio di Yorik,

Il Maalox non serve, però. A volte solo il digiuno può salvare la vita. Altrimenti, il cenone natalizio può risultare acido come in Benvenuti in casa Gori di Alessandro Benvenuti o esplosivo come in Parenti serpenti di Monicelli. E il rischio è di deflagrare per colpa di una mentina come il Mr. Creosote dei Monty Phyton. A meno che non si vogliano imitare i concorrenti di Taxidermia per cui la bulimia è uno sport e darsi alle perversioni nutrizioniste illustrate in Feed.
Diffidare inoltre dei prelibati pasticci proposti dal protagonista dell’Oscar insanguinato. Nonostante nella vita fosse un ottimo cuoco, Vincent Prince nel film usa due graziosi barboncini per la sua ricetta. Da scartare anche il ristorante cinese di eXisteNz gestito da David Cronenberg con i suoi rettili mutanti e la cena rinascimentale offerta da Burt Lancaster in La pelle della Cavani, con tanto di inquietante sirenetta, parente della mostruosa cernia servita in Lunga vita alla signora di Olmi. Se non si è antropofagi, poi, sono sconsigliati sia le torte sfornate da Helena Bonham Carter in Sweeney Todd, sia gli stufati serviti un Delicatessen.
Per inciso: è opportuno declinare qualsiasi invito del dottor Hannibal Lecter. Il menù potrebbe prevedere il cervello di Ray Liotta al forno o, peggio, il vostro fegato con un piatto di fave. Parimenti è pernicioso prenotare un tavolo a “Le Hollandass”, il ristorante di Il cuoco, il ladro, sua moglie, l’amante di Peter Greenaway. Non tutti gradiscono uno scrittore in salmì.