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di Francesco Chignola

Chi non ricorda il finale de L'ultimo bacio, diretto da Gabriele Muccino nel 2001? Con un cinismo che fece molto parlare di sé, il regista romano, dopo aver risolto in qualche modo i conflitti dei suoi personaggi (soprattutto quelli dei due protagonisti Carlo e Giulia, interpretati da Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno), con la scena conclusiva, citazione del finale di Divorzio all'italiana, sferrava un ultimo beffardo attacco alle certezze dello spettatore. Come a dire: in una storia d'amore, non ce ne sono. E a venire, c'è tutta un'altra storia da raccontare.

Quella promessa Gabriele Muccino l'ha mantenuta proprio quest'anno, con il suo film Baciami ancora: un sequel attesissimo, dal momento che il suo predecessore era stato un successo strepitoso, con 16 milioni di incasso, ben 5 David di Donatello, e uno statuto di "caso nazionale" come pochi altri film in quegli stessi anni. E non solo nazionale: apprezzatissimo dai cinefili francesi, il film originale era approdato anche al prestigioso Sundance Film Festival vincendo l'ambito premio del pubblico, guadagnando un'uscita americana (con un incasso di 1 milione di dollari) e diventando anche la fonte di ispirazione di un remake tutto americano con Zach Braff e Rachel Bilson.

In Baciami ancora sono passati dieci anni dagli avvenimenti del primo "capitolo": e l'obiettivo del film sembra essere quello di chiudere il cerchio, di stringere le viti sulle molte storie lasciate aperte dal film del 2001. Prima di tutto, confermando l'impressione che il matrimonio tra Carlo e Giulia non potesse durare molto a lungo: e infatti i due nel frattempo si sono separati. Lui sta con una ragazza di 25 anni, lei vive con la figlia Sveva e un attore spiantato che ha il volto di Adriano Giannini. Il volto di Giulia invece, dopo il rifiuto esplicito di Giovanna Mezzogiorno di vestirne di nuovo i panni, è quello, splendidamente lentigginoso, di Vittoria Puccini.

Ma l'occasione di una riunione per la compagnia di amici protagonisti del film, dopo l'abituale incipit raccontato dalla voce fuori campo di Accorsi, è l'atterraggio in aeroporto di Adriano (Giorgio Pasotti), che alla fine del primo film era partito dall'Italia abbandonando la moglie Livia (Sabrina Impacciatore), irriconoscibile e quasi sfigurato dopo essersi fatto due anni di galera per tentato spaccio di cocaina. Il suo arrivo porterà immediatamente scompiglio nella vita dei suoi amici di vecchia data, anche perché nel frattempo Livia e Paolo (Claudio Santamaria) hanno iniziato una relazione, mentre il matrimonio di Marco (Pierfrancesco Favino) è minato dall'impossibilità della coppia di avere figli.

Queste sono alcune delle storie che compongono il complesso affresco narrativo tessuto da Gabriele Muccino in questo film, che decide di spingersi fino alla (affrontabilissima) lunghezza di 140 minuti, pur di riuscire a farci entrare un frullato più completo possibile dell'universo semantico del suo cinema. In primis, la difficoltà dei personaggi maschili nel crescere e affrontare finalmente le proprie responsabilità, evidentemente un problema che non sembra essersi per nulla risolto con il giro di boa dei trent'anni. Ma anche la ribellione dei personaggi femminili alle frustrazioni quotidiane, gli scherzi del destino, il contrasto tra amare e essere amati, e soprattutto una riflessione piuttosto insistita sul rimpianto, sulle occasioni sprecate, sulla paura di rimanere soli.

Al centro di tutto l'interesse di Muccino sembra essere però quello di raccontare una storia d'amore, quella tra Carlo e Giulia, che sembra non conoscere limiti nemmeno nel dolore, nelle cattiverie reciproche che i due si sono fatti in questi anni, mentre noi non guardavamo: laddove nel primo film Muccino mostrava quindi un malcelato pessimismo nei confronti delle relazioni, destinate ineluttabilmente a crollare sotto il peso dei tradimenti e delle bugie, di generazione in generazione, in questo caso sembra ricredersi lasciandosi andare a un più profondo romanticismo, persino esasperato, senza dubbio più confortante ma anche più maturo.

Allo stesso modo, la "lezione americana" dei suoi due film girati negli USA sembra però aver giovato allo stile dell'autore romano. Che si muove, è vero, sempre sui medesimi territori, mantenendo una cifra stilistica inconfondibile, dirigendo gli attori con lo stesso slancio emotivo e confermandosi ancora come direttore tecnico dall'impeccabile mestiere, è capace questa volta di momenti di inaspettato e rigoroso autocontrollo, per esempio quando si trova di fronte al dolore e alla morte, e riesce finalmene a stemperare le sue riconoscibili e ossessive nevrosi con le armi dell'ironia e dell'autoironia.