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di Francesco Chignola

Undici anni fa sbarcò al Sundance Film Festival un film intitolato The Blair Witch Project: girato utilizzando il linguaggio del finto documentario, con un budget approssimativo per le sole riprese di circa 25 mila dollari, il film di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez divenne un caso internazionale, arrivando a guadagnare in tutto il mondo la cifra di quasi 250 milioni di dollari. La storia si è ripetuta un decennio più tardi con Paranormal Activity, in sala in Italia dal 5 febbraio: costato 15 mila dollari, ha già incassato 150 milioni.

Ma se le similarità produttive e soprattutto distributive tra i due film sotto gli occhi di tutti, motivo per cui non è un torto che le due pellicole vengano costantemente messe a confronto dai media, è ben più interessante vedere in che modo questi film abbiano saputo fare di necessità virtù. Ovvero, mettendo la propria ristrettezza economica e la limitatezza delle loro risorse tecnologiche al servizio della storia raccontata, e utilizzando come un vantaggio proprio le caratteristiche degli strumenti amatoriali.

The Blair Witch Project aveva trovato un modo assai brillante per applicare quest'idea all'inquietante vicenda narrata. Il film è girato infatti per metà in pellicola 16mm, su cui sono impresse le scene del documentario che i personaggi stanno girando, e per metà con una semplice videocamera Hi8. Che, nelle intenzioni dei personaggi, serve per il "backstage". Insomma, sono gli stessi strumenti a contribuire alla sensazione di verosomiglianza che costituisce parte del successo del film.



L'esempio di Blair Witch Project non è rimasto inascoltato. Nemmeno per quanto riguarda il cliché che dà il via al film: il "ritrovamento" del materiale filmato. Lo stesso artificio narrativo muove infatti anche Paranormal Activity, girato unicamente con una videocamera amatoriale, la Sony FX1, all'interno delle mura casalinghe. Ma anche un altro horror recente, Il quarto tipo di Olatunde Osunsanmi, parte da un principio simile: è composto infatti, tra le altre cose, da filmati presentati come documenti reali nell'incipit dall'attrice Milla Jovovich, nella parte di se stessa, che invita al pubblico a farsi un'idea sulla veridicità della storia.



Uno degli artifici retorici più utilizzati nel cinema horror recente è però l'utilizzo di queste videocamere amatoriali e delle riprese da esse effettuate come parte integrante del racconto. L'esempio più fortunato è probabilmente Rec, straordinario horror spagnolo diretto da Jaume Balagueró e Paco Plaza nel 2007. La cui protagonista è una giornalista che, al lavoro in un palazzo che viene messo in quarantena, si ritrova circondata da terrificanti zombi. Ma, stoicamente, continua a filmare. Un caso talmente riuscito da meritarsi un remake americano istantaneo (e quasi identico) intitolato Quarantine e un sequel ufficiale, sempre diretto dai due registi.



Dopotutto, l'ossessione per la documentazione e per la manipolazione del reale è una delle tematiche più pressanti del cinema contemporaneo: inevitabile che avesse un riscontro anche sul cinema di genere. E non soltanto i cineasti più giovani si sono cimentati con quest'idea: il grande George Romero ha infatti pensato che fosse la trovata ideale per la sua leggendaria saga degli zombi, iniziata nel 1968 con La notte dei morti viventi. Il suo Diary of the dead, quinto capitolo della saga, non è stato solo girato interamente con videocamere digitali HD, ma le immagini stesse sono filmate dai personaggi del film.



Questi non sono che gli esempi più celebri di una tendenza che il successo impressionante di un film come Paranormal Activity potrebbe trasformare in qualcosa di più che una moda passeggera. Nel frattempo, anche al di fuori dell'horror puro si è cercato di sfruttare al meglio le potenzialità delle videocamere amatoriali. Come nel film Cloverfield: nonostante il budget sia estremamente più alto (circa 25 milioni) alcune scene sono state girate con una Panasonic AG-HSC1U. E poi c'è l'esempio del sequel di Crank, in cui i due registi Mark Neveldine e Brian Taylor hanno scelto di utilizzare anche una videocamera ad alta definizione non professionale come la Canon HF10. Con un risparmio sostanzioso sul budget, ma anche con risultati assolutamente straordinari.