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di Michele Sancisi

Venti minuti a tu per tu con Clint Eastwood sono un privilegio raro, offerto in esclusiva per l’Italia a Sky Cinema dalla Warner per l’uscita di Invictus. Quand’anche non fosse un “praticante” del culto eastwoodiano, il fortunato interlocutore designato se ne rende conto per il fatto di essere il latore non solo di domande ma anche di piccoli riti liturgici che amici e colleghi gli affidano quasi fosse in partenza per un viaggio mistico (fino alla maniacale richiesta di tornare con la mano - non lavata - che ha toccato la sua)!

Giunto alla soglia degli 80 anni, che compirà il prossimo 31 maggio, l’ex “Uomo senza nome” è oggi il cineasta più autorevole di Hollywood, che trasforma in oro tutto ciò che tocca, anche la storia di una partita di rugby giocata nel 1995 in Sud Africa di cui pochi serbavano il ricordo.
Partita che in “Invictus” diviene una storia universale e toccante di riscatto sociale e politico attraverso lo sport, oltre a far parte della biografia di Nelson Mandela, che il suo magistrale interprete Morgan Freeman aveva lungamente sognato e proposto all’amico Eastwood.
Due candidature per lo stesso Freeman e per Matt Damon, che interpreta il capitano della squadra degli Springboks, lanciano “Invictus” tra i film favoriti della notte degli Oscar (in diretta su Sky Cine,a il prossimo 7 marzo).
Altissimo e parco nei movimenti come la sua icona sullo schermo, Eastwood si scioglie in un sorriso di autentica gioia all’idea di parlare con “un italiano”, spiacente di non ricordare molto di più di quel poco italiano che imparò quasi mezzo secolo fa per comunicare con Sergio Leone sul set di “Per un pugno di dollari”.

A quasi 80 anni lei lavora come non mai ed è stato appena eletto la star dello schermo più amata di Hollywood: come vive questa stagione della sua vita?

L’età non conta molto per me, anche se certo per certi aspetti preferirei averne la metà. Ma apprezzo la fortuna che ho di poter continuare a fare quello che mi è sempre piaciuto fare, del cinema. Il mio lavoro mi appassiona come non mai e mi sento più libero creativamente, forse perché adesso so più cose, anche se a questa età si tende a dimenticarne parecchie… Mi piace molto tutto il processo di lavorazione di un film e lo trovo gratificante stando dietro la cinepresa tanto quanto lo è stato per tanti anni standoci davanti. Spero quindi di continuare fino a che potrò e per ora non ho nessuna intenzione di andare in pensione.

Dopo Gran Torino lei disse che non avrebbe più recitato, possiamo sperare che non sia vero?
Beh, forse si, l’avevo detto anche dopo “Million Dollar Baby” che era stato un buon successo: io pensavo che fosse l’occasione giusta per chiudere in bellezza la carriera di attore. Poi è venuto il progetto di Gran Torino, con un parte interessante, adatta alla mia età, allora ho detto perché no? Per cui mai dire mai. Però mi sono un po’ stancato di vedermi sullo schermo. Ho recitato per tanto tempo, 55 anni più o meno… Oggi preferisco stare dietro la camera da presa e non dovermi preoccupare del guardaroba o cose simili, potermi concentrare sul soggetto e aiutare gli altri attori. Lavorare con professionisti che conosco da 30 o 40 anni è un grande piacere e in qualche modo io posso recitare attraverso di loro, passandogli qualcosa della mia esperienza.

Da questo trae il suo stimolo professionale?
Ogni film, come ogni esperienza della vita mi insegna qualcosa, anche ora che ho una certa età, proprio come succede a un giovane. Il mondo cambia e anche noi cambiamo di conseguenza, continuamente.

Una domanda sulla politica, perché la politica ha avuto un parte nella sua vita. Lei ha sostenuto John McCain alle ultime presidenziali. Cosa pensa del primo anno di governo Obama e vede qualche analogia tra lui e Mandela, due leader neri molto carismatici?
Non lo so. Entrambi hanno vinto una importante elezione, ma a parte questo non vedo analogie. Mandela viene da circostanze molto diverse. Ha dovuto lottare pur essendo parte di una maggioranza razziale oppressa nel suo paese. La sua è una storia molto particolare e anche il modo in cui ha agito lo è. E’ ancora presto per fare dei confronti perché Obama ha appena iniziato il suo percorso. Vedremo. Io gli auguro di riuscire nel suo compito ma certo ha davanti una situazione molto difficile da gestire. Ha molto da imparare anche lui giorno dopo giorno.

Nelson Mandela ha visto il film? E che reazione ha avuto?
Non con me, ma Mr. Freeman mi dice che lo ha visto e a quanto pare non gli è dispiaciuto.

Lei ha incontrato Mandela?
Si, l’ho incontrato qualche tempo fa negli Stati Uniti, erano presenti anche Morgan e Matt perché c’era già il progetto del film ed è stato fantastico, è un uomo estremamente carismatico, che sorride sempre, elegante come appare nei notiziari. Ricordo che abbiamo parlato molto, c’erano anche le nostre famiglie, tutti eravamo molto colpiti dalla sua presenza.

Come sceglie i soggetti dei suoi film?

Scelgo le storie che mi emozionano. La gente può pensare che questo sia un film sul rugby, ma non era questa la mia intenzione. Certo abbiamo cercato di rappresentare bene questo sport, ma l’ispirazione principale viene dalla biografia di Nelson Mandela che ha saputo utilizzare lo sport come un veicolo di elevazione del suo paese. Morgan mi ha proposto questa sceneggiatura, io l’ho trovata molto bella, come pure il libro di John Carlin da cui è tratta, ero un grande ammiratore della figura di Mandela e così tutto combaciava alla perfezione. Questa è anche la storia di un paese che era sull’orlo di una sanguinosa guerra civile e che un uomo, vittima di una grande ingiustizia, ha saputo unificare e pacificare in una maniera geniale: dunque è una vicenda anche politica che può insegnare qualcosa a tanti altri uomini politici nel mondo. Questa è la ragione per cui ho fatto il film. Il rugby è eccitante e mi ha divertito, ma è Nelson Mandela il centro del film, un uomo che ho sempre ammirato.

Può sembrare paradossale che sia il protagonista di Dirty Harry a esaltare il valore del perdono e della fratellanza…
E’ vero, “Dirty Harry” era uno che non perdonava, ma forse è proprio il confronto tra i due a rendere Mandela un individuo superiore. Sono entrambi caratteri molto pragmatici ma il secondo vive nel mondo reale e ha avuto il grande dono di saper parlare a tutte le persone, compresi i suoi nemici.