di Francesco Chignola

Il film che in originale si intitola The Book of Eli, ma a cui in Italia è stato affidato il titolo un po' fuorviante di Codice Genesi, non è certo l'unico di questi ultimi anni ad affrontare con toni cupi e apocalittici il futuro dell'umanità: che sia Madre Natura, le forze aliene oppure l'uomo stesso con la sua assurda follia, gli esseri umani al cinema hanno spesso davanti a sé una prospettiva distruttiva e deprimente. Non fa eccezione il film dei fratelli Hughes, nelle sale dal 26 febbraio: è ambientato infatti a trent'anni da una catastrofe che ha decimato la popolazione della Terra. E mancano pochi mesi.

A differenza di altri titoli simili, come quel The Road di John Hillcoat passato a Venezia che tarda ad arrivare sui nostri schermi, e con cui moltissimi critici l'hanno messo a confronto, Codice genesi cerca la sua strada in una rielaborazione dei meccanismi di genere, più precisamente del western. Il protagonista, un misterioso e imbattibile omone dai toni taciturni e predicatori, arriva infatti in un piccolo paese polveroso che sembra uscito da uno spaghetti western, così come il suo "capo villaggio". Uno dei pochi sopravvissuti della sua generazione, un Gary Oldman di nero vestito, ossessionato dai libri, che ha imparato (forse dalla biografia di Mussolini che legge avidamente) il potere della parola nel domare le genti.

E in particolare è un libro, mai nominato nel film fino all'ultima sequenza - ma ci vuol poco a capire di cosa si tratti - a suscitare la sua ossessione. Casualmente, è proprio questa la missione del misterioso novello profeta giunto nel villaggio: portare questo tomo di inestimabile valore dall'altra parte del continente. Questi sono i due elementi che i fratelli Hughes scelgono di mescolare nel loro ultimo lavoro: da una parte c'è infatti un interesse più "basso" per la materia, per la carne e per le sue ferite, particolarmente morboso in alcuni casi, quasi horror in altri. Dall'altra, la rimasticazione "alta" dell'immaginario biblico, con la figura del profeta infallibile guidato dalla mano di Dio, e la riflessione sul potere coercitivo della religione.

Il film, che ha convinto soltanto a metà la critica americana, non riesce sempre ad amalgamare alla perfezione questi due fattori, perdendo nella parte finale molta della sua energia, portata avanti anche con dei notevoli pezzi di bravura registica e un impianto visivo tanto professionale quanto adeguatamente "sporco". Ma i due fratelli, che già avevano trasformato Johnny Depp in Jack lo Squartatore, mostrano almeno di avere le idee chiare, e poca intenzione di scendere a compromessi con i gusti del pubblico, rendendo Codice Genesi un film dal taglio obiettivamente personale, con il suo ritmo spesso pacato spezzato da alcune scene di concitata ed estrema violenza, in cui lo stile ripreso dal fumetto contemporaneo e la tematica quasi liturgica sembrano avere il medesimo peso e la medesima importanza.

In ogni caso, un film che non china la testa al gusto delle masse ma prosegue per la sua strada, imperterrito proprio come il suo affascinante protagonista, un Denzel Washington ancora una volta intenso, impeccabile e - letteralmente - intoccabile.