di Francesco Chignola

Non è semplice scrivere di un film come Shutter Island senza rivelare dettagli della sua storia: il grande Martin Scorsese chiede esplicitamente ai suoi spettatori di accettare le regole del gioco, di sospendere l'incredulità e di lasciarsi trascinare dentro una trama che si dipana lentamente e gradualmente fino alla rivelazione finale. Che arriva tutta di un colpo, come spesso accade nel thriller contemporaneo: ma giunti a quel punto, scoprire la verità sui misteri che ci hanno incollati alla sedia per due ore e venti (così come la possibilità che a quel punto si sia già scoperto tutto da soli) finisce quasi in secondo piano.

Perché all'interno dei meccanismi del cinema di genere, che il regista omaggia non soltanto narrativamente ma anche visivamente, sovrapponendo le immagini in una fotografia fascinosa, stratificata e luminosissima, che ricorda i noir di una volta (e talvolta il cinema hitchcockiano), Scorsese riesce a inserire nella traccia della complessa sceneggiatura di Laeta Kalogridis, tratta da un romanzo di Dennis Lehane, una profonda e personale riflessione sulla colpa e sulla redenzione, sulla memoria e sulla rimozione, miscelando con grande sapienza il linguaggio del thriller e quello del racconto morale.

Impossibile, appunto, dire di più senza svelare i molti misteri che si celano dietro la visita ufficiale di Teddy Daniels, agente federale e reduce di guerra, al manicomio criminale di Ashecliffe, nel 1954: una pericolosa paziente, internata dopo aver annegato i suoi stessi figli, è scomparsa nel nulla. Ma l'inquietante struttura, costruita suli'isola che dà il nome al film, lontana miglia a nuoto dalla civiltà e messa ai margini di essa da una spaventosa tempesta, sembra nascondere molti segreti. Così come sembra celarne il passato stesso di Teddy, perseguitato da incubi e visioni e da un'incessante emicrania.

Caratterizzato da un montaggio meno personale del solito ma da una regia solida e rigorosa, di grande maestria, particolarmente brutale in alcune scelte visive e narrative e con un cast davvero eccezionale tra cui spicca l'ennesima eccellente (e difficilissima) prova d'attore di Leonardo DiCaprio, Shutter Island è forse uno Scorsese "minore" ma è lungi dall'essere un semplice thriller. E' più un film di fantasmi, a suo modo: un film sugli spettri che ci portiamo nell'animo e nel sangue dopo un grande dolore.

E i flashback di inestimabile bellezza nascondono alcune tra le suggestioni più dolorose e strazianti del suo cinema recente, le stesse che fanno muovere i suoi personaggi: i film di Scorsese sono in fondo viaggi all'interno del cuore nero dell'umanità, alla ricerca vana e disperata di una via di salvezza, di un'espiazione, di una liberazione.