di Francesco Chignola

Sembra strano, perché è un volto così amato e così familiare, ma Jeff Bridges non ha mai vinto un Oscar. Non ha ancora avuto modo di salire su quel palco, accarezzare quella statuetta dorata, ringraziare i suoi cari, i suoi produttori. Eppure, di occasioni, ne ha avute: Crazy Heart, che arriva nelle sale italiane il 5 marzo, è la sua quinta nomination in una delle carriere più lunghe e fulminanti che un attore della sua generazione possa vantare: quasi quarant'anni di film, nei suoi sessanta anni di vita appena compiuti, non sono certo cosa da poco.

E poi Jeff Bridges è uno di quegli attori che hanno cominciato da subito, e che hanno cominciato con il botto, per merito dell'aria buona che si respira ai tempi della New Hollywood: l'anno è il 1971, e Bridges fa il suo esordio sul grande schermo nel capolavoro L'ultimo spettacolo, diretto da Peter Bogdanovich. Interpreta il ruolo di Duane Jackson, e si porta a casa la sua prima nomination come attore non protagonista. Poco più che ventenne. Il premio gli viene però soffiato da Ben Johnson, suo collega nello stesso film. Ma il suo personaggio rimane stampato nella memoria di un film considerato un classico del cinema americano.



La seconda occasione arriva nel 1974, sotto la direzione di un regista trentacinquenne, ex pittore di origini italiane, anche lui destinato a diventare una figura di culto nel cinema americano grazie a Il cacciatore: il regista è Michael Cimino e il film è Una calibro 20 per lo specialista. Lo schermo è diviso con un attore del calibro di Clint Eastwood, ma è Bridges che conquista con il suo ruolo di Lightfoot (in italiano "Caribù"): seconda nomination agli Oscar. Ancora strappatagli dalle mani, questa volta dall'immenso Robert De Niro di Il padrino parte II.



Negli anni Bridges diventa sempre più noto grazie a film come I cancelli del cielo e Tron, ma è John Carpenter a riportarlo in lizza per gli Academy nel 1984 con il sottovalutato film di fantascienza Starman, in cui l'attore interpreta un buffo e poetico alieno giunto sulla Terra. Per lui arriva la prima, meritatissima, nomination agli Oscar come attore protagonista. Destino vuole che quello sia l'anno di Amadeus, e nulla può il nostro contro contro lo strapotere di  F. Murray Abraham nel ruolo di Salieri.



Per più di 15 anni Bridges rimane poi lontano dalla cerimonia degli Oscar, ma diviene sempre più famoso e sempre più bravo. Nell'88 è in Tucker di Coppola, l'anno dopo ne I favolosi Baker accanto al fratello Beau, nel '91 guadagna una nomination ai Golden Globe per La leggenda del re pescatore di Gilliam. Poi arrivano film come Vanishing, Fearless e Blown away, che lo impongono come uno dei protagonisti del cinema americano medio degli anni '90. Ma il ruolo decisivo della sua carriera arriva nel 1998: è quello di Jeffrey Lebowski detto "The Dude" (da noi "Il drugo") nel film Il grande Lebowski dei fratelli Coen. Che agli Oscar non ci si avvicina nemmeno per sbaglio, ma che diventa un cult planetario, con uno dei personaggi più amati di sempre.



Lebowski è la giusta spinta per rilanciare Bridges ai piani alti: l'occasione torna nel 2000, a 16 anni da Starman: il film è The Contender, un titolo meno conosciuto in cui l'attore è però perfetto nell'interpretare il fittizio presidente democratico Jackson Evans. Il suo discorso finale gli assicura una inevitabile nomination come attore non protagonista. Ma è Benicio del Toro con Traffic il fortunato a portarsi a casa la statuetta in quell'occasione, e il drugo rimane ancora una volta a bocca asciutta.



Infine, dopo interpretazioni importanti come Tideland, in cui torna a lavorare con il grande Terry Gilliam,  e il cattivissimo Obadiah Stane nel blockbuster Iron Man accanto a Robert Downey Jr.,  è il turno di Crazy Heart: una nomination, quella per il film, che dopo tutte queste peripezie assume quasi il gusto malinconico di un premio alla carriera. Non a caso, il Golden Globe, il suo primo, è arrivato puntualmente. E molti puntano sulla sua vittoria come fosse scontata, nonostante la concorrenza spietata e agguerrita di nomi come George Clooney, Colin Firth, Morgan Freeman e Jeremy Renner.

Ma Bridges nell'attesa della serata in cui potrebbe finalmente alzarsi e ritirare l'ambito premio, guarda già avanti, a un futuro prossimo già ricchissimo di opportunità. Tornerà infatti a lavorare con i fratelli Coen, a cui deve ben più che una cena, nel loro prossimo film, il western True Grit, in uscita il prossimo Natale: reciterà accanto a Matt Damon e Josh Brolin. E in omaggio a un film decisivo per la sua fama, ovvero il futuristico Tron, sarà anche nel cast di Tron Legacy, sorta di sequel del classico della fantascienza, anch'esso previsto per dicembre, dove riprenderà proprio il ruolo indimenticabile di Kevin Flynn.