Riccardo Scamarcio è il protagonista del nuovo film regista di Istanbul. Che dalla sua amata Roma si trasferisce a Lecce, alleggerendo i toni e riprendendo molte delle sue ossessioni. E confezionando uno dei suoi film migliori
11 marzo, 2010
Riccardo Scamarcio e Nicole Grimaudo in una scena di film di Ferzan Ozpetek
Quanti sono i film che partono dal ritorno a casa di un "figliol prodigo"? Così accade anche in Mine Vaganti, l'ultimo film del regista turco naturalizzato italiano Ferzan Ozpetek, che arriva nelle sale il 12 marzo: Tommaso, interpretato da Riccardo Scamarcio, ritorna nella sua casa natale in Puglia dopo molti anni passati a Roma. E in realtà il viaggio compiuto dal regista è proprio l'opposto: Ozpetek ha lasciato per una volta la sua amata capitale, trovando una nuova temporanea dimora nelle vie di Lecce.
Lo scopo della visita di Tommaso è ben preciso: vuole finalmente dichiarare alla famiglia e soprattutto al padre la propria omosessualità. Un gesto di libertà, ma soprattutto un gesto necessario per darsi la possibilità di lasciare tutto alle spalle, compresa la scomoda eredità del pastificio di famiglia. Ma quando giunge il suo momento, davanti alla tavola imbandita, il fratello (interpretato da Alessandro Preziosi) si alza in piedi interrompendolo. E rubandogli l'idea da sotto il naso.
Alleggerendo molto i toni rispetto ad alcuni suoi film precedenti, soprattutto Un giorno perfetto, Ozpetek è riuscito con Mine Vaganti a confezionare una delicata commedia e uno dei suoi film migliori. Probabilmente anche grazie all'aiuto della città, assunta a vera e propria protagonista del film, ma anche del ritorno di molte delle sue ossessioni, tra cui la dimensione corale del racconto, l'uso ondivago e dinamico della macchina da presa. Oppure, per esempio, la cucina: i momenti fondamentali del film si consumano spesso intorno a una tavola, e il film stesso si chiude su un banchetto.
Mine Vaganti è lungi dall'essere un film sull'omosessualità: è soprattutto un film sul contrasto tra l'anelito all'indipendenza e il legame indissolubile con le proprie radici, oltre che una storia di accettazione di sé e degli altri ambientata in un contesto reazionario, impreziosito dall'interpretazione di Scamarcio e di tutto il cast, tra cui spicca la veterana Ilaria Occhini. E la sua controparte silenziosa nei flashback che popolano il film, ovvero Carolina Crescentini. Su cui Ozpetek opera un piccolo miracolo: riesce a farle dire tutto ciò che serve, ma senza farle dire una parola.
In un film che peraltro, per alcuni aspetti, alcuni superficiali e altri più profondi, sembra essere un ritorno di Ozpetek sugli
stessi percorsi di La finestra di fronte, soprattutto per il modo in cui i
fantasmi del passato e i personaggi del presente si ritrovano a fare i conti l'uno con l'altro, fino a mescolarsi a vicenda in un finale dove il tempo e lo spazio non hanno più senso. Soltanto la famiglia, e le mura di Lecce. E anche per il modo personale con cui l'autore torna a raccontare il rapporto tra vita e morte, con una dolcezza che è tra i punti di forza e tra i caratteri essenziali del suo cinema migliore.