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A SERIOUS MAN

  • Uscita: 2009
  • Nazionalità: USA, Gran Bretagna, Francia
  • Durata: 105'
  • Genere: Commedia
  • Regia: Ethan Coen , Joel Coen
Cast: Michael Stuhlbarg , Richard Kind , Fred Melamed , Sari Lennick , Adam Arkin , Aaron Wolff , Simon Helberg , George Wyner , Fyvush Finkel , Katherine Borowitz , Steve Park , Allen Lewis Rickman , Raye Birk , Stephen Park , Jessica McManus , Brent Braunschweig , David Kang , Benjy Portnoe , Jack Swiler , Andrew S. Lentz , Jon Kaminski Jr , Ari Hoptman , Alan Mandell , Peter Breitmayer , Amy Landecker
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Da qualche parte nel Mid West, 1967. Larry Gopnik è un professore di fisica con poche pretese e molti guai. La moglie gli preferisce il più serio Sy Ableman e vuole un divorzio rituale per (ri)sposarsi nella fede, il figlio fuma spinelli e ascolta i Jefferson Airplane in attesa di celebrare il suo Bar mitzvah, la figlia lava principalmente i capelli e gli ruba il denaro per rifarsi il naso, il fratello russa sul suo divano e redige un diario sul calcolo delle probabilità, uno studente coreano lo corrompe col denaro e lo minaccia di diffamazione, una bella vicina si offre nuda ai raggi del sole e al suo sguardo, un vicino di casa taglia la sua erba sempre meno verde. Travolto da una messe di guai, Larry si rivolge a uno, due e tre rabbini per ascoltare la parola di Hashem e interpretare la sua volontà. In attesa di una cattedra all'Università, dell'esito delle lastre e dell'arrivo dell'uragano, Larry insegue la strada per diventare un mensch, un uomo serio.
Come sempre, dietro e prima di ogni storia coeniana c'è un piccolo evento, un incontro fortuito, una notizia di cronaca, un romanzo o addirittura un poema in versi, insomma ogni cosa può diventare pretesto e scintilla per avviare la giostra dell'assurdo e lo splendore registico dei fratelli di Minneapolis. Questa volta il sipario si alza su uno shtetl polacco dove un uomo, una donna e un supposto dybbuk (un'anima posseduta) interagiscono e parlano una lingua antica e minoritaria, l'yiddish. Un secolo dopo e in un continente altro, i Coen voltano pagina e piombano nel Mid West attraverso un auricolare che suona "Somebody to love" nell'orecchio di un indisciplinato studente ebreo. Il prologo, avulso dalla storia che segue ma iscritto nel corpo del film, favorisce il gioco interpretativo e lo impone come strumento necessario e come parte integrante della sceneggiatura. Frammento estraneo alla vicenda dominante che tuttavia la presenta e la connota in senso ebraico.
Come già dimostrato da Marge, l'agente incinta di Fargo, nel più stupido dei mondi possibili che annichilisce i soggetti, c'è spazio anche per "l'uomo ordinario" per il quale la realtà non è a tutti i costi il peggior mondo possibile. Per questa ragione il dio-regista a due teste si diverte a tormentare Larry Gopnik, a giocargli irridenti scherzi (la morte di un grasso avvocato), rovesciandone repentinamente prospettive ed attese.
A serious man si impegna a raccontarci l'impossibilità di una famiglia (e di una vita) perfetta e l'irraggiungibilità di una felicità inattaccabile. La telefonata di un medico o l'occhio di un ciclone possono abbattersi impietosi, costringendo nella riserva onirica dell'immaginazione gli impossibili desideri di un uomo semplice, di un marito improbabile ma probabilmente innamorato.
Il professore ebreo di Michael Stuhlbarg come il drugo Lebowski e il barbiere "che non c'era" vengono trascinati in un'incredibile sciarada di disavventure contro la propria radicale apatia. Sospeso tra l'orrore per il caos della vita e la noia esistenziale, Larry si rivolge a tre rabbini per non precipitare nel vuoto e in un movimento insensato. La risposta è un grande buco di senso intorno al quale i Coen fanno scorrere le azioni dei personaggi. L'yiddish e l'ebraico diventano lingue morte di un rituale ormai privo di significato che il rabbino Marshak converte nel linguaggio e nei versi rock dei Jefferson Airplane prima dell'uragano e della fine (del film? Di tutto?).
Ancora una volta i Coen tendono fino all'estremo la corda, sfiorando un happy end, per poi capovolgere tutto con il colpo di coda dell'ultima battuta e dell'ultima inquadratura. Battuta e inquadratura che azzerano e (insieme) moltiplicano qualsiasi dubbio sul senso ultimo del film. Cabalistico.
Minneapolis, 1967. 14° film dei Coen che non sbagliano un colpo (tranne Ladykillers, 2004, forse) e che per la 1ª volta affrontano esplicitamente il tema della loro identità ebraica, inventando una storia ambientata nei luoghi dove sono cresciuti, tranne nel cupo prologo (parlato in yiddish), situato in uno shtetl polacco dell'800 dove riprendono la tipica figura di un dybbuk, il fantasma di un defunto che ritorna. Oltre al protagonista Stuhlbarg, teatrante famoso a New York ma non al cinema, tutti gli interpreti sono ebrei. La tragicommedia richiama le traversie del biblico Giobbe: è la storia di Larry Gopnick, docente di fisica su cui si abbatte una catena di disgrazie che non ha meritato perché non ha fatto nulla di male. C'è il sospetto, però, che proprio perché non agisce, sia un rassegnato all'accidia, "peccato capitale per il quale neanche Dio riesce a fare nulla" (Ivan Moliterni). Giobbe laico, Larry si rivolge a 3 rabbini per avere una risposta (in un film che pone solo domande). Il più vecchio gli suggerisce che quando la verità diventa un mucchio di menzogne e si perde la speranza, la sola cosa da fare è di ascoltare i Jefferson Airplane nella loro versione (1967) di "Somebody to Love", sarcastica canzone di Darby Slick in cui si dice "You better find somebody to love", trova qualcuno da amare.

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