di Lorenzo Longhi

Il vecchio re è ancora vivo. Hayes, Middlesex, nemmeno due chilometri in linea d’aria dall’aeroporto di Heathrow: il re, il vinile, ha qui il suo quartier generale storico, presso The Vinyl Factory Manufacturing.

Una zona industriale piuttosto anonima, che però nasconde un tesoro fatto di emozioni, storia e suoni. Qui infatti ha sede la manifattura che, negli anni d’oro, ha stampato milioni di vinili leggendari, dai Beatles ai Pink Floyd (queste stanze furono testimoni delle prime prove sonore di The dark side of the moon…), passando per i Sex Pistols. Era la manifattura storica della Emi, ha impresso suoni dagli inizi del Novecento sui dischi per i grammofoni, quindi dagli anni ‘50 su vinile. Poi la crisi dovuta ai rivoluzionari supporti digitali, il crollo delle vendite e i relativi effetti sulla produzione. Una situazione che ha portato la Emi alla vendita dello stabilimento, rilevato nel 2001 dalla Vinyl Factory. Che oggi è un gruppo solido, diffuso e capace di spaziare in vari campi dell’industria musicale. Ma, soprattutto, ha riportato in auge il vinile: qui ne vengono prodotti circa 2,5 milioni l’anno.

"Quando il gruppo ha rilevato gli impianti di Hayes - racconta Sean Bidder, Creative Director di Vf - la Emi credeva che non ci fosse più alcun futuro per il vinile. Aveva già chiuso diversi impianti, dal Brasile alla Nigeria". Anche per lo stabilimento di Hayes quello era il piano. Il re, il vinile, era destinato a diventare un pezzo d’antiquariato. Vinyl Factory ha modificato l’inerzia: il grosso della produzione riguarda ancora i vinili da 12 pollici per i dj, poi è arrivato un mercato di nicchia, quello delle "deluxe art edition" che sempre più artisti (direttamente o tramite altre importanti etichette) commissionano a chi ancora produce vinili, e spesso alla Vinyl Factory. Come, in queste settimane, Massive Attack, Pet Shop Boys, Air, Damon Albarn e Jamie Hewlitt con il progetto Monkey , solo per citare alcuni di coloro che hanno riscoperto il vinile.

Hayes è un viaggio tra materiali plastici e soluzioni acide, per giungere all’originale Emi 1400 Press, complesso macchinario risalente agli anni ‘70 tuttora utilizzato, con qualche modifica ovviamente, per produrre anche l’ipertecnologico “super-heavyweight”, il vinile da 200 grammi, quello più raffinato.

“Che il vinile sia morto è un luogo comune che esiste - ancora Bidder - ma non è la verità. Nell’era dei download e dei cd, il vinile rappresenta un’esperienza più piena e coinvolgente”. Un discorso, questo, che porta a sfatare un’altra leggenda: il suono migliore non si ottiene dal cd, bensì dal suo antenato. Non è una questione di pulizia, ma di frequenze e vibrazioni. Il suono dev’essere sporco: “In effetti la qualità del suono del vinile è speciale. Diversi gruppi indie ad esempio cercano lo spirito più consono alla loro musica proprio nel vinile. È cambiato il mercato, ma il vinile non si estinguerà, perché per i fan è un’esperienza anche materiale, e l’oggetto in sé deve avere una sua fisicità e un suo valore. È una questione di passione, di arte”. Sorpassato? No: cool.


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