di Gian Luigi Paracchini

Venerdì, 10 giugno 1977. Il destino di una data.
In Inghilterra crescono le polemiche e le perplessità sull’idea di Europa Unita. Svizzera e Liechtenstein polemizzano a proposito di paradisi fiscali. In Italia la terza rete Rai, che pure ancora non trasmette, è già un grosso problema. Questo per dire, vista la fresca attualità degli argomenti, come sia una giornata destinata a incorniciare qualcosa che durerà nel tempo.
A Milano, poco prima delle undici, una signorina in camicetta di seta beige, gonna etnica di Yves Saint Laurent, zoccoli con fascia di pelle alla caviglia, lascia il negozio di famiglia e si dirige verso la Fiera che ospita il Mipel, salone internazionale della pelletteria. Vuole dare un’occhiata a uno stand dove, così le hanno riferito, ci sono borse un po’ troppo simili a quelle nelle vetrine del suo negozio.

Qualcuno copia? Lo stand è quello con l’insegna «Sir Robert» e in effetti le cose esposte hanno davvero qualcosa di smaccatamente familiare. A fronteggiare la compunta, perplessa signorina, è un giovanotto con un cespuglio di capelli neri, abito blu e camicia bianca, dall’aria interrogativa e un filo provocatoria. Sostiene Pereira, nel senso di Emma Pereira nota studiosa di astrologia, che quando una Toro incontra un Ariete mentre il sole transita nei Gemelli (avendo la loro luna di nascita in Gemelli) e la Venere di lui è in piena armonia con quella di lei, be’ c’è da giurarci che salti fuori qualcosa di particolare e non soltanto nella sfera delle emozioni. Anche se nessuno dei due in quel momento lo può sapere.

La signorina è Miuccia Prada e ha 29 anni. Il giovanotto è Patrizio Bertelli e ne ha 31. Dall’approccio un po’ così, con lei che pensa di lui quanto sia arrogante e lui che pensa di lei quanto se la tiri (hanno ragione tutti e due), nasce la strana e speciale alchimia d’una coppia destinata ad aprire una pagina importante nella storia dello stile. È l’incontro di due diverse intelligenze, di due straordinarie concezioni di sé e anche di due notevoli nasi. In tutti i sensi. «Havere naso grande bello & ornato», avverte già nel 200 d.c. Artemidoro di Daldi, «a tutti dimostra bene. Percioche significa molta acutezza d’ingegno, & providenza nell’operare, & unione con maggiori, che attraendo l’aria migliore, sono aiutati.» Così è infatti. Il naso significa fiuto per il nuovo, gusto di precorrere, arrivare prima. Che poi a certi appuntamenti si rimanga con il cerino in mano, pazienza. Fa parte del gioco.

In ogni caso quel primo reciproco sguardo investigativo e poco amichevole, a parte il coinvolgimento sentimentale, resta il primo pezzo d’un puzzle che partendo da qualche borsetta darà corpo a un variegato fenomeno di costume. Sotto il segno dei Gemelli. Sotto il marchio di Prada. In che modo? Intanto elaborando un modo di vestire che, per le forme, i volumi, lo studio, la ricerca dei tessuti e soprattutto la filosofia concettuale che lo sostiene è indiscutibilmente unico e sfugge a qualsiasi confronto. Poi può piacere o non piacere. Ma sulla sua carica innovativa, la sua provocatoria disposizione a discutere e addirittura a ribaltare il comune senso estetico (cimenti particolarmente cari a Miuccia Prada), pochi hanno da obiettare.

Il look è diventato stile e infine fenomeno di costume grazie anche all’occupazione con sontuosi investimenti, di territori separati ma collaterali come arte, ricerca, vela, design architettonico, cultura in senso lato. Più o meno gli interessi e i piaceri personali della coppia Prada-Bertelli, sostenuta da una straordinaria task force di consulenti, artisti, progettisti, che nei rispettivi ambiti praticano il linguaggio dell’avanguardia e della concettualità. Vale a dire il distintivo primario del prodotto Prada. Il ritorno di tutto ciò sta nella potente identità d’un marchio creativo e fortemente evocativo da élite intellettuale. In spiccioli, dimmi come ti vesti e ti dirò quanto sei intelligente.

«In un recente numero di “Domus”», spiega il direttore-architetto- designer Flavio Albanese, «ci siamo chiesti, partendo da Georg Simmel per arrivare a Roland Barthes, che cosa sia esattamente il costume. Diciamo che è quell’insieme di suggestioni e tendenze che incidono nel formulare o modificare gli stili di vita. Per arrivare al fatto che oggi Prada rappresenta a pieno titolo un reale fenomeno di costume. E non mi riferisco certo alla moda, l’aspetto che mi interessa meno in questo discorso, anche se lei, Miuccia, ha dimostrato di saper avvistare con molto anticipo il senso della morte di questa società, tipico di chi ha una formazione di sinistra e da una parte ha coscienza del valore-consumismo come danno mentre dall’altra sceglie di produrre consumismo e farsene poi carico.» La simbologia, il pensiero, il nuovo: il conclamato pane su cui nasce, cresce e tuttora regge la filosofia pradiana. Come riconosce Stefano Pilati, direttore creativo di Yves Saint Laurent, che da Prada ha lavorato prima come ricercatore di tessuti, poi come assistente-stile. «È uno dei rari marchi realmente visionari nel mondo della moda. Capace di evocare, perché dietro c’è un pensiero forte come pure è forte la spinta per la costruzione e il continuo aggiornamento di questo pensiero. È il risultato del gioco di squadra Prada-Bertelli, tra i primi a essere così curiosi e versatili con altre forme dell’arte visiva, della comunicazione, dell’espressione in genere, dunque con una forte identità contemporanea.»

Ma torniamo all’incontro in quel creativo ma forse ancora non concettuale 10 giugno 1977. Anzi facciamo un ulteriore passo indietro, fondamentale dal punto di vista storico per la costruzione del fenomeno Prada. La data che tutto precede, è la primavera del 1913, quando il signor Mario Prada, nonno di Miuccia, assieme al fratello Martino, apre in Galleria Vittorio Emanuele un elegante negozio con l’insegna «Fratelli Prada».  Sugli scaffali e nelle vetrine ci sono valigie e bauli con mille scomparti, borse da viaggio, borsette da sera con curiosi ciondoli a forma di teschio, bastoni da passeggio con manico in avorio, spazzole in tartaruga, cofanetti. Il tutto con un’assoluta ricchezza di pellami: elefante, tricheco, alligatori vari, serpente e altri esemplari da zoo. Ci sono poi porcellane, orologi, argenteria varia. Gli articoli più desiderati? I nécessaire da viaggio in pelle con raffinati inserti di cristallo e gli strani bauli da piroscafo, che sembrano piccoli guardaroba mobili. È tale il successo che a soli sei anni dall’apertura, nel 1919, dodici mesi dopo la fine della prima guerra mondiale, il negozio diventa fornitore ufficiale della Real Casa savoiarda che, per l’epoca, è un suggello di massimo prestigio.

Su quel sovrano esempio, il portafoglio clienti si arricchisce. Le grandi famiglie meneghine, ma anche quelle europee, che non si perdono i concerti nella vicinissima Scala, non mancano di passare regolarmente dai Fratelli Prada. Per un regalo di nozze o prima della partenza di una crociera. E poi è un piacere entrare in quel negozio con i legni chiari, il pavimento a scacchi bianchi e neri e il dipinto dello scenografo scaligero Nicola Benois, che guarda caso raffigura un piroscafo. Grande viaggiatore el sciur Mario. Da giovane è stato in Germania dove ha lavorato in una pelletteria ma è stato pure in Inghilterra e negli Stati Uniti. E gira ancora perché essendo pignolo, il cuoio italiano non lo soddisfa per niente. I suoi fornitori preferiti sono in Austria e in Germania, dove per la serietà, la cultura, le tradizioni dei tedeschi, ha lasciato un po’ il cuore. Le cose vanno bene. Dopo quello in Galleria apre un secondo negozio in via Manzoni. Ma quando viaggia, el sciur Mario non si limita a guardare pellami e monumenti. Sulla scia di suo fratello Martino, attivista dell’Azione Cattolica, si fa conquistare dall’idea e negli anni Venti-Trenta in diversi viaggi a Londra e a Parigi, porta documenti segreti a don Luigi Sturzo, personaggio di riferimento per molti italiani fuoriusciti e ricercati dalla polizia fascista. Nelle sue borse c’è sempre qualche scomparto invisibile dove nascondere quelle carte molto compromettenti. E non viene mai scoperto. Proprio per questo impegno il fratello Martino lascerà la società con Mario e quindi i negozi, per dedicarsi interamente alla politica nel Partito Popolare. Gli anni del secondo conflitto mondiale e del primo dopoguerra non possono però essere il corollario adatto a quegli oggetti in tartaruga e coccodrillo. I tempi dei cocktail con orchestrina a bordo in mezzo all’oceano sono finiti: gli spettacolari bauli non servono più.

Il momento d’oro è definitivamente alle spalle. Rientra il progetto di aprire il terzo negozio Prada a Roma. Anche la Galleria di Milano viene bombardata. Si stanno prospettando ben altri problemi. Il negozio storico tiene, ma declina, quello in via Manzoni viene chiuso, il contrasto con gli anni che furono è duro. E Mario Prada s’immalinconisce: dov’è finita tutta quella bella gente che entrava e ordinava i pezzi più preziosi della sua produzione? Chissà. Nel 1958 el sciur Mario muore e in negozio gli subentrano le figlie Nanda e soprattutto Luisa, la più «tedesca» come personalità e senso organizzativo. Ovviamente Prada cambia registro. È pur sempre un bel negozio in Galleria ma il target ora sono i buoni borghesi che si stanno rimboccando le maniche negli anni difficili, ma carichi di speranze, della ricostruzione. Un buon cabotaggio, che attraversa gli anni Sessanta-Settanta, ma che non riesce più a toccare picchi veramente importanti. Tantomeno durante l’epopea rivoluzionaria della plastica. Eccoci allora ricollegati al 10 giugno 1977 di partenza, quando la signorina Miuccia Prada, new entry familiare nel glorioso negozio del nonno, si vuole togliere la soddisfazione di vedere chi è quel toscano che si permette di copiare borse con una tale storia alle spalle.

La ricerca negli stand del Mipel non dura molto. Eccolo il reprobo. Presentazione formalmente asettica. Poi con il più freddo dei suoi sguardi freddi, la signorina gli contesta le copiature ma an- che una serie di diversità per lei abissali tra quelle sue borse e le originali della premiata ditta che un tempo riforniva Sua Maestà. Senza risparmiare un pizzico di doverosa alterigia, già ampiamente presente in un caratterino di tutto rispetto. Il giovanotto non è proprio il tipo che rifiuta la schermaglia, anzi ci va a nozze. Quindi non soltanto replica punto su punto ma si spinge addirittura al rilancio, da buon pokerista. Cercando cioè di convincerla che grande colpo sarebbe per lei mettersi (per ora in affari) con lui. «Ma guarda questo che vuole insegnarmi il mestiere», pensa un po’ esterrefatta la sussiegosa signorina milanese con la gonnella Saint Laurent. «Ma guarda questa che vuole insegnarmi il mestiere», pensa un po’ esterrefatto il rude giovanotto toscano con il vestito blu. Il risultato è che poche settimane dopo cominciano a lavorare insieme. E a voler conoscersi, frequentarsi. Senza parlare di borse. Il modo franco e impetuoso con cui lui ha fatto capire a lei che doveva cambiare orizzonti, pensare più in grande, darsi insomma una bella svegliata, alla fine l’ha convinta.

Così Patrizio Bertelli che nel frattempo ha riunito tutte le sue attività produttive sotto la sigla «Pellettieri d’Italia Spa» ottiene un contratto di licenza per la produzione e la distribuzione in esclusiva, anche all’estero, di tutti gli articoli in pelle con il marchio Prada. Al di là degli sguardi e delle scintille, è ufficialmente il primo mattone per la costruzione della Casa che comincerà a dare i primi frutti di lì a qualche mese, il tempo necessario cioè per perfezionare la nuova alleanza. Poté più l’affascinazione reciproca o la prospettiva di un buon business? Nessuno dei due ha mai azzardato una risposta. Tutto lascia però pensare che l’interesse per un nuovo, progetto commerciale e la loro love story abbiano marciato più o meno alla stessa velocità.
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Tratto da Gian Luigi Paracchini, "Vita Prada", Baldini Castoldi Dalai editore (pp. 232, euro 22)


Gian Luigi Paracchini, milanese, classe 1947, laurea in Scienze Politiche alla Statale, comincia come cronista al «Corriere d’Informazione» durante gli «anni di piombo». Nel 1978 passa al «Corriere della Sera» dove si occupa di scuola-università e fa un’esperienza al desk delle pagine milanesi. Come inviato, negli ultimi quindici anni segue fatti di cronaca, attualità, sport e, con l’occhio curioso dell’outsider, il mondo della moda. Alla fine degli anni Ottanta ha riunito in un libro (People), una serie di racconti e immagini di viaggi da Paesi affascinanti.

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