di Serenella Mattera

«Sbarcavano dal vaporetto quando era già buio, i tre fratelli De Filippo. Era prima della guerra. Venivano a trascorrere la vigilia di Natale a casa nostra, a Ischia, ospiti di mio nonno. Io me li ricordo fin da piccolissimo. Eduardo una volta venne ad annunciarci che aveva scritto una commedia ispirata a noi. Ci disse che voleva chiamarla “Natale in casa Colucci”. E mia nonna a momenti si sentiva male…». Tra le memorie di famiglia, l’architetto Sandro Petti custodisce alcune delle scene della saga natalizia più popolare del teatro italiano. La fuga del capitone, le intemperanze dello zio, la domanda “te piace ‘o presebbio?” ripetuta infinite volte. Eduardo De Filippo ne avrebbe fatto gli ingredienti del suo “Natale in casa Cupiello”  .

«In realtà conobbi quella famiglia. Non si chiamava Cupiello, ma la conobbi», disse una volta il commediografo napoletano in un’intervista (anno 1936). Di più non volle mai svelare. Anche se si è sempre ritenuto si riferisse alla propria famiglia (i nomi dei protagonisti, Luca e Concetta, sono quelli dei nonni materni). Ma adesso Sandro Petti, erede di una stirpe di pittori napoletani, i Colucci, e architetto della villa romana del presidente della Repubblica Giovanni Leone, racconta a Sky.it che tutto ebbe inizio durante una cena della vigilia.

«I fratelli De Filippo venivano a Ischia ospiti di mio zio, il pittore Vincenzo Colucci». Ad accoglierli, un ambiente da classico Natale napoletano, di quelli che si presentano “come comanda iddio: co’ tutti i sentimenti…”, avrebbe detto Eduardo. «Mio nonno, don Peppe, che era decoratore di case, preparava il presepe – ricorda Petti - su un mobile grosso, con i pastori che arrivavano da ogni lato. E poi c’era il fratello di mia nonna, che vendeva il carbone. Era uno scocciatore incredibile, sempre lì a borbottare… Mio nonno gli diceva: “Te piace ‘o presepe?”. E lui: “Nun me piace ‘o presepe”».

Ebbene, l’architetto racconta che un anno, mentre i De Filippo e gli altri ospiti aspettavano che fosse pronta la cena, all’improvviso dalla cucina arrivò un gran frastuono: «”Che è succies? Che è succies?”, corsero tutti a vedere. Era scappato il capitone, che il nonno aveva portato a casa ancora vivo. Si era infilato sotto una cristalliera e aveva trascinato una delle gambe, che già era mezza storta: la cristalliera si era abbattuta ed era andato tutto in frantumi».

«Uno o due anni dopo quella vicenda – prosegue Petti – a Ischia tornarono i De Filippo. Ed Eduardo annunciò: “Ho finito in questi giorni una commedia…”». La storia del capitone  lo aveva ispirato. «Disse che voleva chiamare l’opera “Natale in casa Colucci”. Ma quando mia nonna sentì, si disperò: “Madonna mia, guarda che doveva succedere…io poi me metto scuorno ‘e ascì” (io poi mi vergogno di uscire di casa, ndr)». Insomma, la signora Colucci fece una tale tragedia, preoccupata che il nome della sua famiglia finisse sulla bocca della gente, che Eduardo promise: «“Vabbè, donna Carmè. Non vi preoccupate. ‘O cambiamm nome” (cambiamo il nome, ndr)». Ed è così, da una turbolenta vigilia di Natale ischitana, che, secondo i ricordi impressi nella memoria dell’architetto Petti, nacquero i Cupiello.