Potrei morire anche domani, sarebbe un affarone per voi!».
Ride Virzì, e aggiunge: «Madonna, quanti fatti miei vi sto raccontando! Se volete fare il romanzo sulla mia vita, spero di aver trovato un Maupassant e uno Zola che la rendano bella e significativa». E parte un’altra risata che non riusciamo a classificare.

Come ci spiegheranno amici e attori, le risate di Virzì identificano il suo umore. Una in particolare ha un significato univoco: che non è aria, meglio stare zitti e defilarsi.
Siamo seduti sul divano nell’ufficio della Motorino Amaranto, la casa di produzione sua e del fratello Carlo. Non siamo né Zola né Maupassant, conosciamo però Paolo da tempo, anche se superficialmente. Uno dei due aveva scritto una tesi di laurea sugli sceneggiatori Age e Scarpelli, ed era stato intervistato proprio da Virzì, che nel 2000 preparava un documentario sul celebre duo per il Centro Sperimentale di Cinematografia. E quando la tesi diventerà un libro, Virzì ricambierà il favore scrivendone la prefazione.

L’altro invece aveva fatto la comparsa nel primo film diretto dal regista di Livorno. In una scena sul pontile del porto aveva strappato il biglietto d’imbarco per l’Elba addirittura a Sabrina Ferilli, mentre lei salutava l’ex-marito Claudio Bigagli rimasto sulla terraferma.
«Ecco, iniziatelo così il libro» suggerisce Virzì, forse per depistarci. «Il racconto potrebbe cominciare in un giorno di primavera, a Piombino, quando un ragazzo finisce a fare la comparsa e per la prima volta vede un set cinematografico. E tutta la mia storia è narrata dal suo punto di vista».

Piano piano, ci sembra che prenda gusto all’idea di un libro sulla sua vita. Inizia a snocciolare episodi, a fare nomi, a darci numeri di telefono, a tirare fuori bloc-notes con mille appunti e disegni. Ogni tanto si ferma, come se ci ripensasse: «Mi farà malissimo questa cosa qui, mi darà una sbornia di vanità che pagherò cara. Diventerò ancora più stronzo! ». E ride.
Questo volume racconta un viaggio di andata e ritorno Roma-Livorno, durato due anni e mezzo, alla ricerca di brandelli di verità e curiosi retroscena sulla vita e i film di Paolo Virzì. Un libro eccentrico, diviso in due parti: una bio-filmografica e una tematica. Entrambe confezionate soprattutto con interviste, ma anche con saggi critici, recensioni, articoli di giornale, documentari, libri e testimonianze televisive. «Sembreranno gli atti di un convegno di studi su una buonanima defunta», ruggisce ogni tanto Virzì.

Per farlo abbiamo parlato con molte persone che lo hanno conosciuto; a partire dalla signora Franca, la madre, che siamo andati a trovare a casa, nel quartiere popolare Le Sorgenti a Livorno, dove Paolo è nato e ha vissuto fino a vent’anni. È tanto orgogliosa dei suoi figli che ci tiene a farci vedere, nell’ingresso dell’appartamento, le foto dei suoi “bimbi”. Ce n’è una di cui è particolarmente fiera, quella di Paolo con Carlo Azeglio Ciampi, l’ex Presidente della Repubblica, un livornese doc.

«Siate garbati con lei. Potrebbe raccontarvi tutto quello che volete sapere», si raccomanda Giorgio Algranti, l’amico di una vita di Virzì, che incontriamo in piazza Grande a Livorno. «Franca è una donna festosa e con un’allegria contagiosa, ed è una grande chiacchierona».

Tratto da Alessio Accardo e Gabriele Acerbo, My name is Virzì, Le Mani, (p.330), euro 16.