di Raffaele Mastrolonardo

Difficile crederlo ma dentro i nostri computer c’è dell’arte. Solo che per tirarla fuori ci vuole una mente ispirata e una mano abile, capace di dare forma a schede madri, schede di memoria, dischi rigidi e altri componenti non certo noti per le loro qualità estetiche. E magari trasformare degli anonimi pezzi di silicio e acciaio in sofisticate sculture che rappresentano scorci delle città del mondo: la Fifth Avenue di New York, Boston vista dal mare, Central Park, una Pechino più immaginata che reale e una Pittsburgh tutta acciaio in omaggio alla decaduta tradizione siderurgica della città della Pennsylvania.

Architetture metropolitane nitide e gelide realizzate grazie a materiali che restano per lo più nascosti agli occhi dei loro utilizzatori e che, terminata la loro funzione primaria, sono destinati ai cassonetti. A meno che, ovviamente, non arrivi un demiurgo in grado di riciclare la tecno-spazzatura in visioni di città ricordandoci che la bellezza si può nascondere nei luoghi più inaspettati.

Franco Recchia, artista italiano classe 1957 che recentemente si è guadagnato l’onore di una mostra a New York, è l’artefice di questa operazione. Da sempre appassionato “smontatore” di oggetti complessi (a cominciare dall’aspirapolvere della mamma quando era bambino), Recchia ha scelto i dispositivi elettronici che popolano le nostre case come sorgenti primarie ma non esclusive delle sue opere. Accanto ad hard disk e dissipatori di calore di computer, le sculture dell’artista si materializzano anche grazie a molle di ombrelli, radiatori di condizionatori, piombi con cui si equilibrano le gomme delle macchine. Queste e altre parti di oggetti dismessi e smontati vanno a riempire il fienile di una casa della campagna toscana da cui escono per comporre lo skyline di una città americana, una rielaborazione della Metropolis celebrata da Fritz Lang e altre variazioni sul tema.

“Non riduco, piego, spezzo nulla”, ci tiene a precisare Recchia. “La difficoltà del mio lavoro sta nel cercare e trovare il pezzo giusto per la composizione che voglio ottenere”. Il risultato finale di questa opera di collage artistico in cui il micro-mondo di silicio finisce per riprodurre l’universo macro delle metropoli contemporanee è tutto da vedere.