di Fabrizio Basso

Se ne è andato vent'anni fa. Il 2 marzo 1991. Serge Gainsbourg ha attraversato il secolo scorso come un taglio di Fontana. Una cicatrice profonda, sregolata, maledetta e geniale. Amò Brigitte Bardot, poi Jane Birkin e infine la modella Bambou. La sua canzone più famosa è Je t'aime... moi non plus: in origine era cucita per BB ma poi, con la rottura della loro relazione, fu dirottata su Jane Birkin, che hanno dopo la porto anche sul grande schermo in coppia con Joe Dalessandro. Considerata troppo spinta, smodatamente erotica, la canzone fu censurata in molti paesi. In Francia fu messa al bando anche la versione castigata: un ostracismo totale. Ma che contribuì ha condurla nel mito.

In occasione del ventennale della scomparsa di Gainsburg, la casa editrice ISBN ripubblica Gasogramma, il solo romando che scrisse in vita. La prima edizione risale agli anni Ottanta e porta il logo di Gallimard. Tra i primi a urlare che la canzone popolare era il futuro, tra i primi a guardare al futuro con animo libero, Serge Gainsbourg in questo suo scritto racconta la surreale epopea di un pittore post-postmoderno che riesce a utilizzare una scabrosa qualità del proprio corpo per realizzare le sue tele, e che diventa un’icona internazionale grazie a una imbarazzante disfunzione intestinale. L'accattivante traduzione di Paola Vallerga contribuisce a rendere attuale il tessuto narrativo.

LEGGI l'incipit di Gasogramma

Della mia vita, su questo letto d’ospedale sorvolato dai mosconi da merda, la mia, mi giungono immagini talora precise, sovente confuse, sfocate, dicono i fotografi, alcune sovraesposte, altre invece scure, che messe una accanto
all’altra darebbero origine a un film grottesco e atroce al tempo stesso, in virtù di quella sua peculiarità di emettere, attraverso la colonna sonora che corre parallela, sulla celluloide, alle sue perforazioni longitudinali, soltanto deflagrazioni di gas intestinali. In effetti, se mi affido alla mia memoria vacillante, temo di aver avuto sin dalla più tenera infanzia quel dono infuso, ma che dico, quell’iniquo infortunio, di scoreggiare ininterrottamente. Ma poiché ero naturalmente pudico e scaltro al tempo stesso, attendevo forse il momento propizio per esalare, senza testimoni né vergogna, quei sospiri parassiti, cosicché nessuno intorno a me scoprì mai quella crudele anomalia. Suppongo che grazie ai subdoli rilassamenti del mio sfintere anale fossero espulsi all’aria aperta dei gabinetti e delle piazze l’idrogeno, l’anidride carbonica, l’azoto e il metano, e all’epoca non potevo certo arrestare a piacimento i vapori nocivi esercitando una semplice contrazione dell’ampolla rettale. Oggi, costretto a letto, aspettando con ansia il terzo tentativo di elettrocoagulazione, guardo le lenzuola rigonfiarsi ai miei venti focosi e infetti, di cui da lungo tempo, ahimè, ho perduto il controllo, e mentre nebulizzo tutt’intorno deodoranti inefficaci, ripercorro la trama di un destino miserabile e
nauseabondo. Neonato, i miei primi balbettii emessi per via anale non preoccuparono affatto la mia balia, una nutrice dai seni a mongolfiera alla quale rimandavo sistematicamente negli occhi, trasportate dai miei spifferi, le nebulose
di talco con le quali mi cospargeva le natiche, perché, mentre scoreggiavo, non cessavo di pompare l’aria di un pupazzetto sonoro a forma di topo con un sorriso ebete stampato sul muso. Poi venne il tempo della sfilata delle baby-sitter, simile a una passerella d’alta moda. Una m’insegnò en passant l’alfabeto cirillico, l’altra il punto legaccio
e il punto rasato, una terza l’armonica a bocca, ma nessuna seppe resistere più di tre mesi ai fetori sprigionati dal
mio ano. A scuola, nei gabinetti alla turca chiusi da porte battenti, di cui solo il precettore aveva la chiave, neanche a
dire che quanto egli vi depositava fosse più prezioso, la paura di emettere rumori parassitari mi annodava gola e ano, poiché si trattava di uno strepito che si poteva percepire fino a sotto il porticato del cortile, ancorché gli altri ragazzi, nelle latrine adiacenti, non avessero alcun complesso nel lasciar trapelare i loro affari segreti, a giudicare dal piglio perentorio con cui si servivano dei fogli di giornale. Ignorando i lanci di aliossi, di biglie e di trottole, tutti giochi che richiedono una posizione accovacciata così propizia all’espulsione di venti, come anche il nascondino, durante il quale i peti rivelavano immancabilmente la mia presenza, e la campana, in cui i miei pantalocini alla zuava si gonfiavano a ogni salto, mi eclissavo sul trenino, di cui domavo l’utopica locomotiva a passettini da ritardato mentale, facendole varcare viadotti oscillanti e penetrare gallerie senza fine, disseminati di tu-tuu e di peti oleosi, imprese appassionanti al punto tale da macchiare talora i miei slippini di chiazze color senape.