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di Eva Perasso


Sono le notizie che piacciono ai giornali e ai lettori perché gli elementi per rendere sexy una storia ci sono tutti. C'è un paese antico ed esotico come l'India, un bene amato e vintage come la macchina da scrivere, la fine di una storia (ovvero della sua produzione industriale), l'effetto amarcord e un primato, cuore della news stessa: chiude una fabbrica, l'ultima rimasta al mondo a produrre macchine da scrivere. È così che i media del mondo intero hanno accolto e raccontato la vicenda della chiusura dei capannoni dove, vicino a Pune, la Godrej & Boyce con sede a Mumbai produceva dagli anni Cinquanta macchine da scrivere, dapprima meccaniche e poi elettroniche.

Dopo il grande successo arrivato al suo apice tra gli anni Ottanta e i Novanta con 50mila macchine prodotte all'anno, è iniziato poi un lento declino, fino alla mancanza di ordini. Gli ultimi esemplari da vendere sono ancora 500, costano 12mila rupie (meno di 200 euro) e il mercato langue, perché Pc e laptop hanno avuto la meglio. Resiste ancora lo scambio di apparecchi di seconda mano nei mercatini, ma sul nuovo le richieste sono sempre meno. Al momento gli unici interessati a comprarne una sono le agenzie governative, i tribunali, il settore della difesa. Quei settori che in India come altrove faticano a passare alle nuove tecnologie.

La storia della fine della produzione di questo bene non ha certo sconvolto la Godrej, conglomerato industriale che da oltre cent'anni produce beni in ogni settore. Iniziò con le serrature a fine Ottocento, idea lungimirante in un Paese a maggioranza composto da abitazioni senza porte, e in molte case indiane oggi porta dal frigorifero alla lavatrice, passando per la cassaforte, il salotto, la tinta per i capelli, la cioccolata in polvere e il repellente per le zanzare. Per non parlare del suo impegno nell'aerospaziale e ultimamente direttamente nell'edilizia di lusso. Dunque più che spaventare i miliardari della Godrej, la fine di questa industria ha scatenato in Rete e sul divano i ricordi nostalgici (su Twitter l'hashtag #typewriter ha raccolto bellissime testimonianze, su Flickr sono sbucate le immagini delle Lettera22 rispolverate dai bauli dei nonni, accanto ai colossi americani come la Smith Corona o la Underwood), e ovviamente le polemiche.

Perché mentre la fabbrica indiana avrebbe terminato l'ultima produzione già nel 2009 e questi 500 pezzi rimasti sono solo scorte di magazzino, ci sono ancora aziende impegnate a fabbricare macchinette meccaniche a tasti. Dunque la storia sarebbe vera, ma solo in parte: come ha svelato Gawker, nel New Jersey la Swintec continua a produrre le sue macchine, e le esporta oltretutto verso Oriente, anche se i suoi clienti sono soprattutto le prigioni, perché questa società fabbrica macchine da scrivere in cui sia impossibile nascondere sorprese proibite per i detenuti.

Un'era è finita davvero, poco importa se ancora qualche avamposto rimane. E lo strumento principe della comunicazione del Novecento diventa un pezzo da museo. Se il primo esemplare ha già compiuto 143 anni, in Italia Olivetti quest'anno festeggia il centenario del suo primo modello, la M1 del 1911, mentre la sua migliore performance – la Lettera 22 tanto amata da Indro Montanelli e da Enzo Biagi – arrivò più tardi, negli anni Cinquanta. Non tutti i professionisti della parola scritta hanno abbandonato il ticchettìo rumoroso dei suoi tasti, anche se i casi di chi ancora la usa come mezzo principale per lavorare sono ormai rari. Sono invece tanti i grandi nomi del passato a cavallo tra letteratura e giornalismo che hanno fatto della loro macchina un compagno inseparabile. Da Pier Paolo Pasolini e Montanelli con le loro Olivetti, alle celebri foto di Hemingway alla tastiera attorniato dai suoi gatti, alla collezione di Charles Bukowsky che ne aveva di ogni marca, fino alla Lexicon 80 (Olivetti) della collezione di Bob Dylan e alla Underwood portatile scelta da Alfred Hitchcock, John F. Kennedy e Jack Kerouac, passando ancora per la Royal di George Simenon e la Remington di Agatha Christie.