La storia è di quelle che si leggono tutte d'un fiato. Perché lo stile è grintoso, perché l'argomento inquieta e induce ad andare alla pagina successiva. Che è un po' come l'angolo in fondo al vicolo buio: non sai cosa ci trovi dietro ma nonriesci a fermarti. C'è un senso biblico in questo camminare. Lo stesso di Giona che sapeva cosa andava incontro ma non ha neanche provato a deviare il suo destino. Qui il protagonista è Jacob Marlowe, ultimo lupo mannaro. Stanco di due secoli di abusi e nefandezze decide che all'apparire della prossima luna piena si costituirà. Ma succece qualcosa che spariglia le carte. Glen Duncan muove la scrittura su piani paralleli e riesce a farli toccare ma il lettore lo percepisce incosapevolemente: la scrittura di questo inglese di Bolton è come la tela del ragno: più tenti di fuggirle più ti stritola e imprigiona. (F. Bas.)

L'Incipit di L'Ultimo Lupo Mannaro di Glen Duncan, ISBN Edizioni

«È ufficiale» disse Harley. «Hanno ammazzato il Berlinese due notti fa. Sei l’ultimo.» Poi, dopo una pausa: «Mi dispiace». Questo succedeva ieri sera. Eravamo nella sua casa di Earl’s Court nella biblioteca al piano di sopra, lui in piedi con i muscoli in tensione tra il camino di pietra e il divano rosso sangue, io seduto alla finestra con un bicchierino di Macallan invecchiato quarantacinque anni e una Camel, e guardavo fuori la neve che cadeva bagnata nel buio di  Londra. La stanza sapeva di mandarino e pelle e del legno di pino che bruciava nel fuoco. Dopo quarantott’ore ero ancora fiacco per la Maledizione. Le scorie di lupo sui polsi e le spalle ci mettono un po’ ad andarsene. Avevo sentito le sue parole, ma riuscii a pensare solo: mi farò fare un massaggio da Madeline più tardi, con l’olio caldo al gelsomino e quelle sue mani bianche con le unghie lunghe che non amo e non amerò mai. «Cosa farai?» disse Harley. Feci un sorso, deglutii, nel momento in cui il whisky scendeva a bruciarmi il torace ebbi una fugace visione di gambe nude che sciaguattavano nell’acqua torbida di una palude sporcando i kilt del clan Macallan. È ufficiale. Sei l’ultimo. Mi dispiace. Sapevo già quello che mi avrebbe detto. E ora che l’aveva detto? Una vaga vertigine ontologica. L’astronauta di Kubrick con il cordone reciso che cade nel vuoto, solo verso l’infinito… A un certo punto l’immaginazione si rifiuta di andare oltre. La formula giusta è: Meglio non pensarci. È chiaramente meglio. «Marlowe?» «Questa stanza non significa niente per te» risposi. «Ma migliaia di bibliofili in giro per il mondo si getterebbero in ginocchio a piangere di gioia davanti a tutto questo.» Non esageravo. La collezione di Harley vale milioni, libri che neanche guarda perché è entrato nella fase in cui
non legge più. Tra dieci anni, se sarà ancora vivo, passerà all’altra fase – ricominciare a leggere. All’inizio smettere sembra un apice di maturità. Come tutti gli apici di questo tipo però è una vetta sbagliata. È umano. L’ho visto tante  volte. In duecento anni, vedi tutto tante volte. «Non riesco a immaginare come tu ti possa sentire» disse. «Neanch’io.» «Abbiamo bisogno di un piano.»

Non risposi. Lasciai invece che il silenzio si riempisse di possibili alternative alla necessità di fare un piano. Harley accese una Gauloise e versò a entrambi un altro hisky con la mano malferma, ormai piena di macchie di vecchiaia e  vene lilla. A settant’anni ha ancora i capelli abbastanza lunghi, anche se fini e grigi, e folti baffi gialli di nicotina che  sembrano incerati ma non lo sono. Un tempo i suoi studenti lo chiamavano Buffalo Bill. Adesso l’unico Buffalo Bill che conoscono è il serial killer del Silenzio degli innocenti. Nei suoi periodi di debolezza psichica si appoggia a un bastone col manico in osso, anche se il dottore gli ha detto che gli rovinerà la schiena. «Il Berlinese» dissi. «Lo ha ammazzato  Grainer?» «No, non Grainer. Il suo protetto, Ellis, quello californiano.» «Grainer si risparmia per il gran finale. Verrà a  prendermi da solo.» Harley si sedette sul divano e fissò il pavimento. So cosa lo spaventa: se muoio prima di lui non avrà più questo elemento di surrealtà da mettere tra sé e la sua coscienza per placarla. Jake Marlowe è un mostro,  questo è il fatto. Fatto numero due: Jake Marlowe uccide e divora la gente. Questo fa di lui, Harley, un accessorio al fatto, fatto numero tre. Finché io sono vivo, cammino, parlo e una volta al mese faccio il mio giochetto con la luna piena, lui può continuare a vivere in questa realtà come fosse un sogno decadente. A proposito, te l’ho mai detto che il  mio migliore amico è un lupo mannaro? Da morto, lo obbligherei a un brusco risveglio. Ho aiutato Marlowe a coprire i suoi omicidi. Probabilmente si ucciderebbe o sarebbe la volta buona che impazzisce del tutto. Uno dei suoi incisivi superiori è d’oro, un anacronismo dentale che è già un mezzo segno di demenza. «Alla prossima luna piena» disse. «Per il resto della Caccia l’ordine è di stare indietro. Lo show è tutto di Grainer. Lo sai com’è fatto.»