Un ragazzo di 150 chili soprannominato Fatman, il registratorino con cui incide le sue memorie, una carrellata di personaggi bizzarri e lavori strani e un viaggio per scappare da tutto e tutti: sono le premesse de “I bambini sono nati con successo”, secondo romanzo di Camilla Sernagiotto edito da Galaad Edizioni, di cui pubblichiamo il book-trailer e uno stralcio in anteprima.



REC
La prima tappa del viaggio per organizzarmi il viaggio è il negozio di dischi di Gino.
“Gino Dischi”.
Tutte le volte che entravamo lì, Bock gli chiedeva perché non si fosse sforzato un po’ di più per scegliere il nome del suo negozio, ma Gino riusciva a ignorarlo con grande self control.
Credo non gli abbia mai risposto a tono per via della sedia a rotelle. In un modo o nell’altro, uno sulla sedia a rotelle ha il diritto di dire e di fare tutto ciò che vuole perché, diamine, lui è su una sedia a rotelle!
Grazie a questa scusa, Bock l’ha passata liscia tante volte. Non varco la soglia di “Gino Dischi” da tempo, ma in quel negozio ho lasciato tanti di quei soldi nell’arco di una vita che Gino avrà senz’altro un attimo da dedicarmi.
Mi terrò il registratorino acceso sotto la giacca, perché sarebbe davvero impossibile tenere a mente tutto quello che Gino mi racconterà.
Gino è una delle persone più logorroiche che conosco, la tipica persona che preferisce di gran lunga il monologo al dialogo.
Più di una volta è stato capace di tirarmi scemo per un paio d’ore raccontandomi vita, morte e miracoli di qualunque jazzista compaia sulla copertina di un album vicino alla cassa, oppure descrivendomi nel dettaglio un intero concerto a cui ha assistito, partendo dal soundcheck.
Gino potrebbe sembrare un personaggio uscito da Alta Fedeltà, sia il libro che il film: ha un negozio di dischi, si intende di qualsiasi genere di musica, sa a memoria tutte le date di pubblicazione dei cento dischi che la rivista Rolling Stone ha definito i migliori album della storia, suona, ha avuto una storia con una groupie di una famosa band, almeno così dice lui... insomma, Gino avrebbe tutte le carte in regola.
Se solo non avesse settantotto anni.
STOP

REC
L’unico motivo per cui terrò il registratore nascosto sotto la giacca è perché di sicuro entrerà in negozio qualcuno che conosco.
Se ci fosse soltanto Gino, non mi farei scrupoli a dirgli che lo sto registrando, ma visto che almeno uno della falange punk della mia città lo incontrerò senz’altro, è meglio prendere tutte le precauzioni necessarie.
I punk della mia città sono esseri ignobili.
E c’è da dire che a me il punk piace come genere musicale, quindi si tratta proprio di un odio epidermico.
Le persone che ascoltano punk, almeno tra quelli che vivono qui, sono disgustose.
Voglio essere onesto: con i punk ne ho avuti di problemi, parecchi, aggiungerei.
È per questo che non li sopporto.
Finite le medie mi sono iscritto al liceo e, per darmi un tono, ho scelto il classico.
A parte il fatto che ho un animo da intellettuale da quando ero un bambino, per dirla proprio tutta ho scelto il classico perché credevo che non avrei avuto problemi sociali: è risaputo che quella è la scuola dei secchioni, degli sfigati, degli emarginati tipo gli appassionati di giochi di ruolo o di Magic, così mi sembrò il posto più adatto per un ragazzino di quattordici anni che pesava già un’ottantina di chili.
Alle medie avevo subito così tante angherie dai compagni che ho preferito assicurarmi tranquillità per il resto della scuola dell’obbligo, così mi iscrissi al classico.
Chi avrebbe mai detto che il liceo della mia città era il covo dei punk?
Il primo giorno di scuola feci il mio ingresso nell’androne con addosso la felpa di Kurt Cobain a cui avevo infilato una spilla da balia in prossimità delle narici, perché sembrasse ancora più da duro.
Avevo impiegato gli ultimi quattro giorni delle mie vacanze estive per scegliere come vestirmi, facendo innumerevoli prove allo specchio. A quei tempi mi preoccupavo molto del look, cosa che, man mano che sono andato avanti con l’età, ho imparato a trascurare.
La felpa degli Alice in Chains era ormai troppo logora e usurata sui gomiti per indossarla a scuola, per lo meno il primo giorno, mentre quella dei Rage Against The Machine l’avevo comprata credendo si trattasse di una felpa di Che Guevara, perché aveva come stampa la copertina dell’album Bombtrack, quindi grazie a Dio non la misi: se qualcuno mi avesse chiesto qual era la mia canzone preferita dei Rage Against The Machine sarei caduto dal pero. Soltanto anni dopo scoprii l’equivoco, vedendo la copertina di Bombtrack da “Gino Dischi”.
Felpa di Kurt Cobain. Era la soluzione migliore.
Come potevo immaginare che i punk della mia città odiassero i Nirvana più di ogni altra cosa al mondo?
Appena varcai il portone, vidi un gruppetto di ragazzi con il chiodo e le All Star ai piedi.
Un tizio grosso come una montagna che indossava una maglietta dei Misfits incominciò a indicarmi e a ridere, urlando verso di me cose del tipo: “Ma come ti sei conciato?! Pagliaccio!”. Io feci finta di niente e li sorpassai, ma un altro, lo
spilungone della cricca dei punk, mi rincorse, mi si fece davanti e, guardandomi dritto negli occhi, strappò la spilla da balia dal naso di Cobain.
Corse via brandendo lo scalpo e gridando: «Ho la spilla del ciccio bomba!».
Feci finta di niente, self control totale, anche se mi bruciavano gola e naso dal magone che stava avanzando.
Quando tornai a casa mi tolsi la felpa e la guardai: Kurt Cobain aveva un cratere al posto del naso e della bocca, che erano stati strappati via assieme alla spilla.
Sembrava gli avessero sparato in faccia.
Nemmeno un mese più tardi, la mia felpa diventò una specie di Sacra Sindone con impresso il viso del cadavere del cantante dei Nirvana: si era sparato in bocca con un fucile a pompa.

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Tratto da: I bambini sono nati con successo di Camilla Sernagiotto, Galaad Edizioni (pp.201, euro 12,00)