Guarda anche: Thailandia, donne a caccia di "boys"

di Edoardo Siani

La donna cammina a passi svelti, insicuri, i capelli chiari con un accenno di permanente, le scarpe con i tacchi e una vistosa collana al collo. Attorno a lei, in minuscole canottierine bianche che ne rivelano muscoli ricoperti da tatuaggi, i “boys” fanno calca cercando di prenderle la mano, allungandole una carezza, chiamandola in inglese, “Bella, bella”…
A Boys’ Town, la viuzza di Bangkok, Thailandia, celebre per i locali omosessuali per stranieri, scene del genere sono ormai realtà di tutti i giorni. La moda del “toy boy”, l’uomo oggetto al servizio della sua – solitamente più anziana – compagna, dalle pagine patinate del gossip americano sbarca in Oriente, e il quartiere turistico a luci rosse di Patpong fiuta immediatamente l’affare.

DAI SOLDATI ALLE EUROPEE - Quei fatiscenti palazzoni di cemento erano già diventati go-go bar negli anni sessanta per far fronte alla domanda delle truppe americane in servizio in Vietnam. In seguito erano stati riadattati a locali per soli uomini dove osti in canottiera intrattengono clienti omosessuali con spettacolini di lap dance e vere e proprie performance di sesso gay sul palcoscenico. Ora aprono le porte anche a una clientela femminile. Una clientela femminile rigorosamente straniera, si intende, con donne europee e giapponesi tra le più appassionate frequentatrici di questi locali in continua espansione. Bar dai nomi evocativi come “X size” e “Banana”, si attrezzano prontamente con ragazzi che non disdegnano di assecondare i desideri delle clienti femminili, e lo staff omosessuale si trova costretto a fare lo stesso.

SOLO ALLA FINE DEL MESE - Rung, come insiste a essere chiamato un giovane gigolo omosessuale forzato a diventare bisex dall’oggi al domani, si limita a commentare che “il lavoro è lavoro” per rivelare soltanto più tardi che, con l’aiuto di quel Viagra di dubbia provenienza che nelle aree turistiche di Bangkok è venduto a lato dei marciapiedi, niente è un problema. Di tutt’altra opinione sembra è Pat, uno dei preferiti, dicono, dalle donne europee. Il giovanotto, Ray Ban a mezzanotte e sigaretta sempre in bocca, ammette: “Quando sono giovani e belle, io ci vado pure gratis!” Lui, uno degli acquisti più recenti di un locale di Boys’ Town, si proclama “assolutamente eterosessuale”, e alla domanda se va anche con clienti di sesso maschile risponde: “Solo a fine mese.”

INDUSTRIA FIORENTE - Secondo le stime più recenti, gli uomini impiegati dell’industria del sesso tailandese sono passati dai 2 mila della fine degli anni novanta a oltre 30 mila, e il numero sembra essere in continua crescita. Arrivati a Bangkok dalle regioni rurali del paese e solitamente dapprima impegnati in lavori di manovalanza, i ragazzi entrano nel famoso mercato della prostituzione – teoricamente illegale – tailandese volontariamente, e, sottoposti a continui controlli per l’HIV dai manager dei locali, assicurano di praticare soltanto sesso protetto.
Quelli con la pelle chiara e il modo di fare signorile sono soliti a trovare lavoro in locali frequentati da donne dell’alta società asiatica; quelli con la pelle un po’ più scura e l’aria da bad boy sono invece i più gettonati dalle donne europee.

NON SOLO SESSO? - “Le italiane sono belle,” dice delle Jack, un giovane spogliarellista, descrivendo il profilo di una clessidra con le mani, “Focose, passionali…” Ma queste parole, tinte di quel machismo che contraddistingue gli uomini tailandesi di una certa estrazione sociale, potrebbero non rendere giustizia né alla vera natura delle relazioni tra le clienti straniere e i loro boys, né al lavoro dei ragazzi stessi. “La maggior parte di queste donne non viene qui solo per il sesso,” spiega il manager di un locale, e, a guardare Federica, un’italiana di mezz’età con l’aria della donna in carriera, mentre beve un cocktail dal nome esotico in compagnia di un giovane oste dalla pelle scura, l’impressione è che non sia davvero solo una questione di carne. Gli occhi languidi con cui osserva il sorriso del suo abile interlocutore, la mano che si passa sul collo mentre lui le parla ininterrottamente in un inglese stentato: saranno pure delle relazioni clandestine dove tutto è sbagliato – non quadra l’età, la lingua, la cultura, l’estrazione sociale – eppure sembra davvero che ci sia dell’altro.

ANDATA E RITORNO - “Quella donna,” continua il manager, “Viene in Thailandia un tre o quattro volte all’anno e cerca sempre lo stesso ragazzo. Bevono qualcosa, poi lei paga l’uscita e se ne vanno. Il resto, dove vanno, cosa fanno, se ci sono di mezzo soldi, sono affari loro…”. L’uscita è un fisso, solitamente sui 500 baht, che i clienti sono tenuti a pagare al locale da cui vogliono prelevare un “boy”. Le cifre che i ragazzi chiedono possono andare invece dai 300 ai mille baht, anche se, se le relazioni con alcune clienti diventano più stabili, sono le donne stesse  offrire periodici “aiuti finanziari”. “All’inizio vengono in gruppo,” racconta il manager, “Sono timide e solo dopo qualche birra entrano nei locali…” Sembra finita lì, ma poi la cosa va avanti al di là della serata, e, lasciati in albergo le t-shirt e i sandali della turista, qualcuna di loro si ripresenta in abito da sera all’ingresso di Boy’s Town. Ritrova il suo vecchio boy, gli racconta del suo lavoro, della sua vita, e così, la cosa va oltre la goliardia della vacanza, oltre la curiosità, oltre lo svago, oltre l’escapismo. E cosa diventa allora? Pat, il boy con i Ray Ban, si porta la mano sul cuore. Poi ride e si accende un’altra sigaretta.