Di lei si è detto di tutto. Che era troppo alta. E pure troppo magra. Con lineamenti troppo mascolini. Una sequela di troppo che non hanno impedito a Inés De La Fressange di essere la prima modella che è diventata una star. Dalai Editore ha pubblicato la sua autobiografia Professione Mannequin, 183 pagine, 16,50 euro. Inés ha inventato uno stile e rivoluzionato il modo di sfilare. Una donna di stile immenso, provocatrice ma sempre sorridente. La favola di uno spirito libero diventata un modello senza mai cessare di essere se stessa.

Leggi un capitolo di Professione Mannequin:

Il mio primo incontro con Karl Lagerfeld è avvenuto quando era stilista per Chloé. La mia agenzia mi ci mandava tutte le stagioni, ma non mi prendevano mai. Dopo la quarta volta ho detto che era inutile ritornarci, ma l’agenzia ha insistito. Lagerfeld passava di là per la prima volta e mi ha detto: «Signorina, finalmente mi viene a trovare!» Ha iniziato a stuzzicarmi: «Pensavo che facesse la modella esclusivamente per Mugler». Era vero che lavoravo molto per lui ma, informato com’era, Karl sapeva sicuramente che facevo tutte le sfilate possibili e immaginabili. Abbiamo iniziato a scherzare e poco dopo mi ha assunta.

Anche se di solito Karl non sceglieva gli indumenti per le modelle, durante le sfilate mi dava quelli che gli piacevano di più. Una volta ha deciso di affidarmi il finale: un vestito con un ricamo dell’Empire State Building. Trovava divertente che lo presentasse una francese. Così in poco tempo sono divenuta la cocca del grande maestro.
Da lì in poi Karl mi sceglieva sempre per le sue collezioni Chloé, Fendi e KL. Nell’83, appena è stato nominato direttore artistico di Chanel, mi ha fatto presentare il primo modello della sua primissima collezione haute couture: un tailleur blu mare con il colletto abbastanza alto. Non dimenticherò mai quel primo passaggio; sentivo che era importante sia per lui che per Chanel. Ad accompagnarmi c’era la canzone Douce France; adoro Charles Trenet. Il passaggio ha avuto abbastanza successo; la collezione era davvero deliziosa, in particolare un tubino di seta nero, decorato da Lesage con dei sautoir di perle e pietre. In quell’occasione, Karl ha dimostrato di conoscere il lavoro di Coco e la storia, i principi della sua casa.

In seguito mi ha scelta per la sfilata di prêt-à-porter e per i servizi fotografici delle rassegne stampa. Evidentemente corrispondevo alla sua immagine di Chanel, e poi a me piaceva quello che faceva, e non lo nascondevo. Il mio viso è presto stato associato al marchio. Karl mi ha chiesto cosa pensassi di quella prima sfilata di prêt-à-porter, molto pop e moderna, con borse di plastica trasparenti e gardenie di tutti i colori. Gli ho risposto che preferivo vestiti un po’ più sobri, più sartoriali, con materiali più fini. Anche se la mia opinione era abbastanza reazionaria, le mie osservazioni non gli sono dispiaciute, avrà apprezzato la mia sincerità.

Un giorno, uscendo da una sfilata KL, ho chiesto a Karl cosa avrebbe fatto in seguito. Mi ha risposto che sarebbe andato negli Stati Uniti per delle sfilate e per il lancio di un profumo Chloé. Scherzando gli ho detto: «Ah, allora adesso fai delle sfilate senza di me?» «Perché? Vuoi venire?» Era un tour di quindici giorni a Chicago, Los Angeles, Atlanta, San Francisco… Ho disdetto le sfilate che avrei dovuto fare a New York. Sono arrivata all’aeroporto e quando ho visto Karl gli ho domandato: «Ma dove sono le altre modelle?» Non ce n’erano. Mi sono dunque trovata ad attraversare gli Stati Uniti in un aereo privato con lui e a dormire in suite imperiali. Ero terribilmente imbarazzata: il viaggio era partito da uno scherzo e non avevo neanche capito di cosa si trattasse.

Andavamo in tutti i grandi negozi a fare delle personal appearance, quelle comparse tipicamente americane dove si fanno gli autografi e si distribuiscono campioni di profumo. Karl se ne stava dietro un bancone con un vaso di fiori e un pacchetto di foto da dare ai suoi fan. Io avevo una funzione decorativa: ero tutta vestita Chloé e distribuivo i campioni di profumo. Partecipavo anche alle sfilate di tutte le città, che solitamente erano iniziative di beneficienza. Durante il resto della giornata accompagnavo Karl a interviste e trasmissioni televisive. Lui era incredibilmente premuroso, mi presentava a tutti. Io mi ero impegnata con me stessa di farmi trovare nella hall, impeccabilmente truccata e pettinata, tutte le mattine alle 7. Venivo pur sempre pagata per non fare nulla! Cercavo di creare un nuovo look con il mio vestito nero di Azzedine Alaïa e con dei sautoir di perle che avevo comprato sul Pont Neuf a Parigi. Stavo molto attenta a quello che mettevo perché Karl guarda sempre come si è vestiti.

Andavamo a grandi cene di gala. Una sera ci annoiavamo tanto che a un certo punto siamo praticamente fuggiti. Una volta in limousine, Karl mi ha detto: «C’è un piccolo problema: sto morendo di fame». Gli ho risposto: «Andiamo a mangiare un hamburger da qualche parte». Ci siamo ritrovato davanti a un baracchino minuscolo, la limousine era quattro volte più lunga del negozio. Io ero in abito da sera ricoperto di perle; Karl in smoking con il suo ventaglio e il suo nastro che legava i capelli alla nuca. Siamo entrati con un sorriso a trentadue denti e abbiamo preso degli hot dog ricoperti di senape. Poi Karl, che conosceva bene Chicago, mi ha portato a fare un giro lungo il lago. Una volta risaliti in macchina l’ho guardato e ho visto che dormiva con i pugni chiusi come un bebè, aveva un’espressione così serena; non lo dimenticherò mai. Provavo molta tenerezza per lui. Durante quelle due settimane abbiamo condiviso innumerevoli risate; siamo diventati veri e propri amici.

Di ritorno a Parigi le prove diventavano sempre più lunghe: oltre ai vestiti esaminavamo anche gli accessori, le combinazioni… Mi divertivo molto, ma a volte dovevo dire a Karl: «Senti, mi spiace ma ho un’altra prova; devo davvero andare». Un giorno ha tentato di tenermi lì, ma io ho insistito: «Stavolta non è davvero possibile, devo andare da Hanae Mori». Da lei l’ambiente era simpatico ma molto meno rilassato che da Karl, arrivando in ritardo avrei rischiato di essere mal vista. Ho detto a Karl: «Ok, resto ancora cinque minuti, se mi scrivi un bigliettino di scuse». Lui ha scritto semplicemente: «Cara Hanae, mi dispiace molto di aver trattenuto Inès». Sono dunque arrivata da Hanae con quel bigliettino, e lei ha fatto: «Hi, hi», che in giapponese equivale a un’esplosione di risate.

Quando uscivo dallo studio Chanel, mi trascinavo via a fatica. Karl se ne rendeva conto. Sentire: «Sono arrivati i sacchi» e vedere arrivare cassette piene di sacchi colorati, scoprire con lui i vestiti che uscivano dalla sartoria e indossarli era mille volte più divertente che non infilarsi vestiti spregevoli per un catalogo tedesco. Lo facevo ormai da sette anni, aspiravo ad altro. Ma non osavo augurarmi nulla.