A 20 anni dalla scomparsa si torna a parlare di Walter Chiari, colmando finalmente un lungo oblio sulla sua controversa, ma popolarissima, figura di uomo e di artista. Un film e due libri ne rievocano la vita spericolata, sempre in bilico tra successi e cadute, tra generosità e autodistruzione. Dopo “Walter Chiari, un animale da palcoscenico” (Mediane, 2011), dedicato alla sua vastissima opera come attore di cinema, teatro e televisione, arriva ora in libreria il ritratto intimo che il figlio Simone Annicchiarico, talento emergente del video che si è fatto le ossa proprio a Sky Cinema, ha dedicato al padre con il semplice titolo “Walter e io” (Dalai, 2012).

Dal racconto di tante avventure esce il profilo di un padre spesso assente, decisamente fuori dai canoni, ma sempre esilarante e “mitico” come Walter Chiari era per tanti bambini degli anni ’60 attraverso la tv in bianco e nero.
Nel primo capitolo del suo libro Simone racconta la genesi del libro che – come si può leggere negli stralci pubblicati qui di seguito – passa anche per Sky, grazie alla realizzazione di un bel documentario che per primo, nel 2008, ha riportato alla ribalta la storia di Walter Chiari…

“Scrivere un libro su Walter Chiari? Ma vi rendete conto? È praticamente impossibile! Ci vorrebbero sei storiografi, un centinaio di amici (e sono ottimista) e tutti i suoi parenti, dal figlio al bis-bis-bis-cugino. Perché per avere la cifra più vicina alla realtà di un uomo a suo modo straordinario, bisogna attingere a tutto il suo universo. Invece vi dovrete accontentare dei ricordi del figlio, cioè di chi sta scrivendo queste righe.

È davvero un’impresa da far tremare i polsi, anche perché si sta parlando di un uomo che, dal dopoguerra alla sua morte, ha attraversato da protagonista la storia dello spettacolo italiano e non solo. Un uomo che ha spaziato dalla rivista al teatro impegnato, dalla radio alla televisione, dal cinema agli sceneggiati, un uomo che è passato attraverso storie, donne e continenti come un ciclone. Broadway, l’Australia, Mina, Ava Gardner, Hemingway e Orson Welles, la dolce vita, le leggende sui suoi ritardi e gli spettacoli dilatati che mandavano i paganti a casa alle tre di notte stanchi ma felici, e per non farsi mancare proprio nulla anche una puntatina di tre mesi nelle patrie galere italiane.

In mezzo a tutto ciò centinaia di film, spettacoli, sketch, e una vita pubblica e privata che ha fatto la fortuna di tanti fotografi e giornalisti scandalistici, ma di nessun storiografo o scrittore. (…) Poi, qualche anno fa, succede davvero: l’idea si fa concreta. Ero alla presentazione del documentario che ho realizzato per Sky su mio padre, Meglio essere Chiari, quando vengo avvicinato da una simpatica donna, Daniela De Rosa (che non finirò mai di ringraziare, scusandomi della mia colossale inadempienza), la quale mi propone di scrivere un libro per una nota casa editrice su mio padre.

Accetto senza pensarci due volte (forse era meglio pensarci) e mi ci metto con la mia amica e autrice Alessandra Galletta, prima donna ad avermi proposto un lavoro serio nella vita e collaboratrice preziosa per il documentario sul babbo. Ovviamente accettai anche la scadenza che la casa editrice mi aveva proposto, dal momento che non avevo un’agenda densa di impegni. Non sapevo che da lì a poco il mio proverbiale «fare tutto all’ultimo minuto», unito a una mole di nuovi lavori, avrebbe rallentato e poi portato al collasso il progetto. Dopo vari slittamenti di consegna, succede che andando in moto perdo la chiavetta con dentro una quarantina di pagine fresche fresche. Volevo morire. Per uno come me, poi, che scrive di getto e solo quando ha qualcosa da dire, è stato un dramma: non sarei mai riuscito a riscrivere quelle pagine con la stessa intensità, lo stesso tempismo, la stessa ispirazione; così mi demoralizzai, non consegnai più nulla e la casa editrice, pazientissima, non poté fare altro che annullare il contratto.

Da questa disavventura, tuttavia, qualcosa di buono è nato. All’epoca avevo chiesto a Michele Sancisi, amico della sopraccitata Galletta, di occuparsi della parte biografica del libro. Bene, tutta quella parte si è integrata nel libro che il buon Michele ha dato alle stampe lo scorso anno, Walter Chiari – Un animale da palcoscenico, un libro che contiene anche una quantità di bellissime foto. Quanto a me, mi rimaneva qualche capitolo sul pc e la tristezza di non essere riuscito a fare «una bella cosa». Sicché l’idea del libro sembra sparire, e la voglia anche. Ma si vede che era destino. Passano un paio d’anni e mi contatta Cristina Dalai, che mi propone di scrivere un libro e un pranzo per discuterne. Ovviamente vado al pranzo, ma con una certezza: non avevo nessuna intenzione di rimettermi a combattere con ricordi da tradurre in scrittura. Sennonché l’incontro è stato piacevolissimo, e la mia tendenza a innamorarmi delle persone pure e vere ha fatto il resto.

La mia voglia, lentamente (e questo avverbio, lentamente, è stato un incubo per la signora Dalai), stava tornando, e – sempre lentamente – sono riuscito a consegnare il libro. Forse anche un po’ più che lentamente. Vi basti sapere che questa prefazione la sto scrivendo a tre giorni dalla consegna, e la proposta è arrivata due anni fa.
Mi affidereste mai qualche incarico urgente?”