di Fabrizio Basso

A las cinco de la tarde. A quell’ora iniziano le corride. Alle cinque del pomeriggio. Ma cosa è una corrida? Un rito? Una barbarie? E’ semplicemente la corrida. Nasce nell’antica Grecia. La praticavano Etruschi e Romani. Poi la Spagna e ancora tanti paesi del centro e sud America. Edouard Manet la ha immortalata in un celebre quadro, Ernest Hemingway la ha santificata in Morte nel Pomeriggio e poi la ha ripresa in Fiesta, che pur avendo una ambientazione particolare (il clima è quello della feria di San Firmino a Pamplona) ne fa respirare la polvere a ogni pagina. I grandi dell'arena sono Joselito e Dominguin, Belmonte, Ortega e Manolete. Guardano negli occhi il toro come si guarda l’amata. E talvolta dall’amata si fanno trapassare. La corrida ha una onestà di sentimento. O almeno dovrebbe.

Alle cinque della sera è anche il titolo di un libro di Manuel Garcia Lorca: il poeta lo ha dedicato al suo amico Ignacio Sànchez Mejias che morì nell’arena durante la sua ultima corrida. Sono i versi addolorati di un amico distrutto dal dolore. Ma sono anche, e soprattutto, il regalo più grande che un uomo possa fare ad una persona cara: regalarle l'immortalità.

I Re del Ballo Bobo e Marco sono in Spagna. Loro il passo che tengono è quello del flamenco. Ma l’aria che li circonda è quella della corrida. Chissà se saranno accompagnati in questo viaggio iberico dal ritmo frizzante di Paquito Lindo. Chissà se chiudendo gli occhi vedranno le froge del toro vibrare mentre si prepara all’attacco. Come accadde a Manolete quando fu infilzato e ucciso dal gigante, mitologico Islero. Le sue ultime parole furono: “In realtà Islero voleva che lo accompagnassi nel viaggio verso la morte”. E in questa frase c’è il rito. Potessero darsi la mano torero e toro lo farebbero.