di Barbara Ferrara

Al suo esordio letterario Valentina Giambanco mai avrebbe detto che ancor prima di uscire, il suo libro avrebbe fatto tanto rumore. Già venduto in Germania, Francia, Olanda, Spagna, Israele, Stati Uniti, Canada e Giappone, è diventato un caso editoriale e dopo aver scatenato una vera e propria asta tra gli editor inglesi, è pronto a uscire in anteprima mondiale con la Nord, in Italia il 30 maggio. Ma qual è il segreto di tanto successo? Lo abbiamo chiesto direttamente all’autrice, ma lei per prima non sa rispondere. Descrive il suo romanzo “coinvolgente, appassionante e pieno di suspense”, ma c’è da chiedersi se, come nelle migliori ricette, non ci sia qualche ingrediente segreto a rendere unico questo suo thriller.

Fin da bambina Valentina Giambanco è sempre stata attratta dalle tenebre, non ha mai avuto le paure degli altri, né ha mai giocato con le bambole, ma con soldatini e pistole al posto delle barbie: sarà per questo che Il dono del buio ci guida attraverso le profondità degli abissi più oscuri dell’animo umano? Certo è che il buio affina i sensi, e per dirla con Lao Tzu, meglio accendere una candela piuttosto che maledire l’oscurità.

La voce ipnotica dell’autrice invita al viaggio, non solo alla scoperta di quelli che lei stessa chiama i draghi di oggi, ma della luce, quella che brilla con la stessa intensità di un fulmine a ciel sereno. La Giambanco confessa di non avere avuto nessun demone da esorcizzare, il suo romanzo “è una storia scritta con grande gioia nonostante sia una storia di grande tensione” e con queste premesse  non ci resta che seguirla, pagina dopo pagina, sulle tracce dei suoi protagonisti. A Seattle, in un bosco nei pressi del fiume Hoh.

Partiamo dal titolo: in che modo il buio può essere definito un dono?
Ho pensato che Il dono del buio fosse un’immagine che descrive il personaggio principale: questi  è in grado di combattere per le forze della luce, capire i movimenti e le ragioni che spingono le anime più scure ad agire. E’ un tipo di dono che come si dice in inglese, è una spada con una lama da entrambe le parti. Per poter entrare nella testa di determinate persone, occorre essere in contatto con una certa oscurità.
Prima ancora dell’uscita ufficiale il suo libro è un bestseller annunciato: come spiega il successo della sua opera prima?
La verità è che non me lo spiego assolutamente. Ho iniziato senza avere nessuna aspettativa; mentre ero all’opera non avevo neppure un agente, ero sola. L’ho scritto perché mi interessava scriverlo, tutto qui.
Cosa intende quando scrive che “per inseguire la luce della verità devi entrare nelle tenebre”?
Intendo dire che occorre accettare le tenebre della propria anima. Ognuno ha delle parti buie dentro di sé e sono le parti che non ci piacciono.
Come è nato il libro, c’è un evento che ha ispirato la sua scrittura?
Ho sempre scritto, fin da bambina ero il tipo di alunna che portava con sé un libricino su cui annotare pensieri e idee. Non avevo nessun nesso con il mondo letterario, a ispirarmi oltre alla storia in sé sono stati i personaggi e l’ambiente. Anche per me è stata una sorpresa totale.
La top 5 dei suoi thriller preferiti?
La lista sarebbe lunghissima, ma se devo sceglierne cinque direi: Notorius di Alfred Hitchcock, Il maratoneta di John Schlesinger, Klute di Alan J Pakula, Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme e Running on Empty di Sidney Lumet.
Tra i maestri del thriller italiani e stranieri, qual è il suo preferito?
Alfred Hitchcock, lui ha davvero creato uno stile. Tutti i suoi film riescono a farti stare seduto sull’orlo della sedia a morderti le unghie nell’ansia di sapere cosa sta per succedere. Tra i maestri moderni ci sono David Fincher e Ridley Scott.
La sua paura più grande?
La paura delle vespe e delle onde molto alte, se voglio passare una notte insonne mi basta guardare il film di Wolfgang Petersen Perfect storm con George Clooney, uomini in balia di onde gigantesche.
Supponiamo che finisse su un’isola deserta, cosa porterebbe con sé?
Un coltellino da boy-scout, carta e penna e un pianoforte.
Il libro che più di ogni altro l’ha abitata?
Il buio oltre la siepe di Harper Lee è uno di quelli al quale ritorno spesso.
Lei ha collaborato a Quattro matrimoni e un funerale e Donnie Brasco: ci racconta di questa sua esperienza hollywoodiana?
E’ stata un’esperienza che dire divina non è abbastanza. La mia generazione è stata l’ultima a lavorare direttamente sul montaggio dei film e non sul digitale. Facendo l’assistente al montaggio ho avuto l’opportunità di lavorare con grandi insegnanti. Oggi con il digitale è cambiato tutto, il passaggio era inevitabile ma si è persa una certa magia, infatti è stata una delle ragioni per cui ho smesso di lavorare in sala di montaggio.
Teatro, cinema e scrittura, a quali di questi tre linguaggi è più legata e perché?
Non posso scegliere, ho lavorato nel cinema per quasi vent’anni ma sono anche molto legata alla narrativa, direi che un’esperienza nutre l’altra.
Se dovesse immaginare la trasposizione cinematografica del suo libro, chi vedrebbe come protagonista?
Per scaramanzia non farò nessun nome, in passato in realtà avevo già pensato a un paio di persone, ma poi queste sono venute a mancare.

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