Il maglione indossato nel 1976 da John Lydon (voce dei Sex Pistol) che fa capolino su una passerella giapponese nel 2006. La storica maglietta 1977 di Joe Strummer (cantante dei Clash) ripresa nel 2004 dallo stilista Helmut Lang. O, ancora, il gusto per i vestiti a strappi di Sid Vicious (anche lui Sex Pistols) fatto proprio da Karl Lagerfeld per le collezioni di Chanel. E così pure la Union Flag portata da Paul Cook (batterista dei Sex Pistols) che ritorna sugli abiti di Comme des Garçons.

Ne ha fatta di strada il punk: da fenomeno marginale e anarchico, anti-sistema per eccellenza, a modello di riferimento per l'alta moda. "Dal caos alla couture", per dirla con il sottotitolo della mostra "PUNK" da poco inaugurata al Metropolitan Museum di New York. Aperta fino al prossimo 14 agosto, l'esibizione mette in luce proprio i percorsi paralleli tra la protesta degli anni '70 (che ha trovato anche nell'abbigliamento una forma di espressione) e le sfilate dell'ultimo decennio che hanno definitivamente sdoganato borchie, materiali in pelle e tessuti strappati.



La mostra vuole offrire allo spettatore anche un'esperienza immersiva e multimediale nel fenomeno punk: 100 modelli esposti (Guarda la GALLERY) sono accompagnati da videoclip e soundscape delle tracce più note. Al tempo stesso, sono stati tracciati sette diverse gallerie che indagano aspetti diversi del fenomeno: dal CBGB (storico locale di New York che è stato ricostruito ora al MET) alla boutique Seditionaries (aperta da Malcolm McClaren e Vivienne Westwood a Londra), passando per un'analisi dell'hardware punk (borchie, spille, lamette), delle tendenze bricoleur e Do It Yourself (e quindi tutta l'enfasi sulla personalizzazione che c'è anche nella moda contemporanea), senza tralasciare, ovviamente, la più forte dimensione di contestazione politica e sociale.

Il tutto sempre contrapponendo i grandi protagonisti del punk degli anni '70 (Paul Cook, John Lydon, Joe Strummer, Gary Wilson, Patti Smith e altri) alle firme più note dell'alta moda come Burberry, Dior, Dolce e Gabbana, Chanel, Prada, Versace, Givenchy.
Dalla protesta musicale alle passerelle, il cerchio si chiude così in un tempio dell'arte contemporanea. Anche perché, come ha spiegato il direttore del MET, "il punk è stato alimentato da movimenti artistici come il dadaismo e il postmodernismo. Ha senso quindi presentare questa mostra in un museo".