di Barbara Ferrara

Il quartetto di Devon Joseph Mount, Anna Prior, Oscar Cash e Gbenga Adelekan sbarca in Italia per promuovere il loro quarto album “Love Letters”, piccolo grande capolavoro che al sound elettro-pop affianca fiati, cori shoop-shoops e blues. Dopo il sold out alla Royal Albert Hall di Londra, i fantastici quattro fanno il pieno ai Magazzini Generali. E la lunga attesa per la loro unica esibizione italiana, viene ripagata a piene mani. I Metronomy sul palco sono abituati a dare il massimo, con la loro imperturbabile armonia, e l’inconfondibile aplomb inglese scaldano il pubblico fin da subito, la scenografia, le luci e i colori sgargianti fanno il resto.

Si parte sull’onda di The look e si prosegue con i nuovi pezzi di Love Letters. E mai l’indie-rock è stato così lontano e al tempo stesso così vicino al soul e al blues. Il gusto pop della band resta la nota di punta ma dopo le influenze electro-punk dell’esordio, Joseph Mount cambia rotta per navigare in territori finora inesplorati. La sua musica è un tripudio di generi musicali che si fondono in un abbraccio caldo, dal sapore nostalgico. Il risultato è un’atmosfera senza tempo, sospesa. Che cattura e fa volare lontano.

Che parole userebbe per descrivere Love Letters?
Love, love, love.
E tre semplici aggettivi che descrivano lei?
Non è mai “facile”… Alto, dark e bello. Non lo so, non riesco mai a rispondere a domande come questa.
Si dice che le precedenti band di cui faceva parte si sono sciolte a causa delle ex fidanzate: per i Metronomy possiamo stare tranquilli?
Ride (ndr). Sì, una volta uno dei componenti ha lasciato la band per seguire la sua ragazza a Liverpool, poi c’è stato qualche altro episodio, ma non è stato colpa delle donne. E comunque ora potete stare tranquilli.
Siete originari di Devon, com’è stato crescere alla periferia dell’impero rispetto a Londra?
Alla fine non mi lamento, anzi. Oggi sono felice di vivere in campagna tra galline, cavolfiori e il mio figlio che gioca nei campi. Devi inventarti il tuo divertissement.
Quando avete sentito di aver fatto il salto da band indipendente ad affermata?
In realtà ci sentiamo ancora una band indipendente, in parte di nicchia. Ci sono posti in cui siamo molto popolari, altri meno. Senz’altro abbiamo una bella carriera e siamo molto fortunati.
Chi sono stati i musicisti a cui vi siete ispirati o vi ispirate?
Sono tanti e cambiano, innanzitutto quelli che sperimentano, poi da quando ho iniziato, sono passato dai Nirvana, ai Kinks, agli Who, ai Beach Boys, e ai Beatles. Oggi mi piacciono molto gli Zombies, Sly & The Family Stone.
In Love Letters rispetto a Riviera c'è quasi una svolta anni 60, un po' psichedelica: da dove viene?
Dalla musica che ascoltavano i miei genitori, dagli anni 60. Ho sempre molto apprezzato ciò che ascoltavano e ho voluto farmi ispirare dal sound della loro generazione.
Il nuovo album è un mix di generi musicali: dal soul di I’m acquarius alla dance elettronica di Boy Racers: qual è l'intento?
Non c’è mai niente di premeditato quando creo. Il mio modo di fare musica è totalmente istintivo, non ho mai un’idea specifica quando compongo. E mi piace che le persone accolgano a braccia aperte questa nostra propensione.
Progetti futuri?
Sicuramente il tour, finito quello europeo, viaggeremo in America, in Sudamerica, dappertutto. Poi mi piacerebbe produrre la musica di altri, questo sì.