di Fabrizio Basso

Tornano i Subsonica col disco Una nave in una foresta, il settimo della loro storia. Samuel, Max Casacci, Boosta, Ninja e Vicio raccontano storie di persone che combattono, sperano, attendono un cambiamento anche sfidando un precipizio basandosi solo sulle proprie risorse. Li abbiamo incontrati e intervistati.

E' stato impegnativo ritrovarsi in studio dopo un lungo periodo in cui ognuno ha seguito progetti solisti?
Del lavoro di ricongiunzione la parte più difficile è stato il riallineamento della creatività, ma abbiamo trovato la via per uscire dalla foresta.
Siete insieme da 18 anni...
La nostra è una macchina faticosa, negli anni abbiamo scritto tanta musica, siamo stati sul palco centinaia di volte. Scrivere oggi è onestà intellettuale, è la voglia di fare cose insieme.
Ha funzionato per Una nave in una foresta?
E’ stato bello scoprire che il settimo album non ha cancellato lo stupore, abbiamo cercato stimoli e provocazioni, siamo una band pluri-cefala con la voglia di spaesarci noi per primi e concretizzare una storia di dieci canzoni.
E' difficile essere una band oggi?
Nel 2014 essere una band non significa svegliarsi la mattina con una chitarrina e fare melodie, almeno non solo quello: è creare situazioni che tra bravura e passione ci permettano di sostenerci. Bisogna saper fare delle scelte e il disco è davvero nato in una casa in una foresta.
Cosa è l'onestà in musica?
Dimostrare che stai costruendo qualcosa di nuovo con nuove dinamiche. Noi qui ci obblighiamo a raccontare il presente, le persone e i personaggi delle canzoni sono collegati dal desiderio/obbligo di vivere il presente. La foresta è smarrimento e stimola a cercare una strada. Cantare più stati d’animo è un modo per raccontare un presente così complesso.
Ci siete riusciti?
Invecchiando si rischia di perdere freschezza e dunque è necessario mettere più cose possibili nel disco all’inizio e poi cercare l'equilibrio quando scemano le energie individuali. Il disco è la Camp David dei Subsonica.
Avete coinvolto l'artista Michelangelo Pistoletto.
Ci ha chiamato per coinvolgerci a sua volta nel suo progetto planetario Terzo Paradiso. Ci siamo incontrati ed è stato così entusiasmante che ci abbiamo fatto una canzone e lo abbiamo coinvolto. Ora speriamo di portarlo qualche volta sul palco.
A proposito di live: come ci stupirete stavolta?
Usiamo una tecnologia che si chiama grandi superfici luminose in movimento, è la prima volta che viene sfruttata in Italia. Ci sarà interattività col pubblico. Al mondo solo i Radiohead si sono affidati a questa tecnologia. Stare sul palco è ancora la parte che ci piace di più. Il concerto è l’esperienza musicale più vera, oggi che il disco può essere scaricato ovunque.
Cosa è oggi la musica?
Deve essere un racconto e non solo un contenitore con un contenuto. Ci piace molto lavorare sulla forma, siamo legati al pop di Battisti e Mina, in un'epoca in cui si assorbe molto all’estero è un simbolo di italianità.
In Italia si sta così male?
Parlavamo di assenza del futuro e di smarrimento delle coordinate già in Eclissi. Oggi che la crisi picchia più duro abbiamo preferito parlare di intimità e stati d’animo, della consapevolezza di dovercela fare con risorse proprie, concetto espresso chiaro in Lazzaro.
Avete un pubblico molto giovane.
La musica rompe le barriere generazionali. Abbiamo una via di accesso che è la famigliarità con il ritmo: si viene ai nostri concerti anche solo per ballare e lì nasce il canale di comunicazione. L’amore e l’urgenza sono tematiche che non hanno tempo e dunque arrivi a più generazioni.
Come usciamo dal disco?
Il terzo paradiso racconta la figura del futuro, siamo usciti lasciando una finestra aperta.