Sherlock Holmes è un investigatore. Su questo non c'è alcun dubbio. Ma tanti dubbi ci sono intorno alla sua figura. Al punto che può diventare un viaggio meraviglioso entrare nel suo mondo e scoprirne, nelle tasche interne, misteri e manie, follie e magie. Mentre FoxCrime propone la serie Elementary con Jonny Lee Miller nei panni di Sherlock Holmes e una sensuale Lucy Liu nelle vesti di Joan Watson a Londra, al Museum of London, fino al 12 aprile 2015 c'è una mostra che lo racconta a oltre 125 anni dalla sua prima apparizione letteraria. Allora per sentirlo più amico abbiamo chiesto a Gianfranco Sherwood, autore di molti saggi e libri tra cui L’avventura segreta Quando Italo Svevo chiese aiuto a Sherlock Holmes scritto con Deana Posru.

Signor Sherwood chissà che obbrobrio vedere in Elementary un Watson donna.
Non è la prima volta. Pensi che Rex Stout, il creatore di Nero Wolfe, sosteneva che fosse donna.
Ci sono tante storie intorno a Holmes.
La sua popolarità come stereotipo è per elementi legati alla commedia. Basti dire che in un ruolo minore recitò anche Charlie Chaplin. Il più popolare interprete teatrale di Holmes fu William Gillette. I suoi aspetti più caratteristici tipo il cappellino, la pipa e lo stesso elementare Watson sono elementi apocrifi che vengono dalla commedia.
Ma di Watson donna che dice?
Elementary è una serie che divide: per alcuni è lesa maestà per altri è interessante.
Come nasce la sua passione per questo personaggio?
E' un input giovanile. Sono originario di Trieste e all'epoca c'era una biblioteca circolante: lì il primo incontro poi nel tempo ho capito che era emblematico di quello che siamo.
Che pensa di Conan Doyle?
Ha scritto una immensità di testi. Era uno scrittore non eccelso che ha inventato un personaggio così pregno di significati che è andato ben oltre la sua epoca.
Che è quella a cavallo fra Ottocento e Novecento.
Una stagione particolare, Doyle odiava Sherlock Holmes. Era un medico e veniva da una famiglia di artisti. Il primo libro con Holmes protagonista fu Lo studio in Rosso. Era imbevuto di positivismo e non doveva avere un seguito. Siamo nel 1887. In una intervista Doyle lo definì una parte minore della sua carriera letteraria.
Invece fu amatissimo.
Al punto che quando decise di ucciderlo ci fu una insurrezione popolare.
Lo scozzese Doyle a Londra...
Infatti per lui era una terra sconosciuta.
L'uso di Cocaina?
All'epoca era poco più che una aspirina. Ne parla bene anche Freud nelle prime opere. Holmes è un personaggio complesso, ha un cervello che non può restare inattivo. Ma accade solo nelle prime opere.
Scrivere di Sherlock Holmes è difficile?
Partiamo dal fatto che per ragioni commerciali è un marchio. Per me parlarne significa cercare nuove chiavi di lettura, la mia missione è trovare aspetti della sua personalità e della sua professione mai trattati.
Il più particolare?
A 50 anni smette di investigare e si ritira nel Sussex ad allevare api e studiare filosofia.
Fa incontrare Sherlock Holmes con Italo Svevo.
Ne L'avventura segreta l'investigatore va a Trieste per aiutare Svevo. Una storia che si muove tra certezze assodate e realtà concrete che mettono a rischio ogni certezza.
Può essere considerato il papà di tante serie tv?
Indubbiamente. E' il papà della criminologia, rileva le impronte digitali, ricorre al metodo Bertillon, il primo metodo scientifico d'identificazione biometrico...nulla nasce per caso.
Due libri per avvicjnarsi a Holmes?
Di certo il primo del 1887, Uno studio in rosso, e poi il mio L'Avventura segreta. E infine il sito di Una storia in Holmes e il relativo profilo facebook.
Proponimento?
Un approccio alla realtà di Holmes che possa portarlo a essere un patrimonio dell'umanità.