La musica come un ritratto. Dargen D’Amico pubblica un disco dal titolo provocatorio D’iO che raccoglie canzoni che si susseguono come una galleria d’arte e Dargen lo sa. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare da lui uno dei dischi più intensi degli ultmi mesi.

Dargen D'Amico come nascono le sue canzoni?

Parto da una immagine che cerco di ritrarre, lascio che si fossilizzi e poi filtro quello che è importante.
Una procedura per immagini.
Infatti, nel tour che verrà mi piacerebbe abbinare foto e musica.
Amo Milano è la versione 2.0 di O mia bela Madunina.
Mi piace ritenere Milano il mio nucleo materno, è la città che mi ha cresciuto, il tempo che ci passo oggi è inferiore rispetto a quello della formazione.
Cosa ha in più Milano?
Mi sono reso conto di come è più facile scrivere in città, certo gli stimoli arrivano da fuori città ma poi scrivo nella mia stanza di Milano.
Un esempio?
Modigliani la avevo in mente da tempo e sono stato in Islanda convinto di trovare ispirazione. Non è andata come speravo e rientrato a Milano la ho scritta in una settimana.
Davvero ama Milano...
Sono un innamorato che dedica una canzone all’oggetto del desiderio.
La mia generazione è il racconta di promesse che non sono state mantenute.
Ho la fortuna di raccontare cose che non fanno parte della quotidianità. Mi sono sforzato di creare un brano generazionale come ne sono stati fatti centomila. Non racconto la mia generazione ma una generazione qualunque: c’è sempre un Bonaparte prima di un Napoleone.
Internet ha cancellato i contatti umani?
La rete non ha reso i rapporti meno umani, magari cambia la velocità ma le paure sono sempre le stesse solo che cerchi di superarle con metodi diversi, una volta usavi il telefono con la tastiera rotante oggi Skype.
Lunedì chiuso racconta di un ragazzo di provincia che cerca la fama e viene emarginato come strano.
Certe realtà non cambiano. Chi vive ancora in ambienti un po’ più chiusi raramente rischia il passo decisivo per timore dei giudizi.
E' ancora difficile decidere di fare l’artista oggi in Italia?
Si perché non sempre c'è il coraggio.
Lei era nella commissione di Area Sanremo con Paolo Giordano e dunque ha la percezione del panorama musicale giovanile.
Ammetto che sono partito con preconcetti come capita spesso ma ho incontrato ragazzi che mettendo la vita nella musica, talvolta più di quanto faccia io, hanno fatto scelte stilistiche inusuali: chi dedica la sua vita alla musica offre un servizio a tutti.
Insomma, vinto lo scetticismo, una bella esperienza.
Ammetto che mi sono pure commosso per il grande valore culturale di certi brani. Alla fine abbiamo scelto Chanty e Amara, che sono mature, preparate e sono attese al Festival di Sanremo, ma ce ne erano parecchi pronti per un palco importante.
I ragazzi che incontra cosa le chiedono?
Hanno voglia di fare domande e io voglio instaurare un dialogo con loro, voglio capire cosa arriva di un brano. Voglio che la gente sappia cosa racconto.
Il tour?
In primavera, così c’è tutto il tempo perché D’iO sia assimilato.