di Fabrizio Basso

Liga Story seconda atto su Sky Arte. Aspettando Campovolo 2015, in programma il prossimo 19 settembre a Reggio Emilia, entriamo, in punta di piedi, nell'universo di Luciano grazie ai due documentari di Sky Arte. Il secondo va in onda mercoledì 15 luglio alle ore 21.10. Un passo oltre verso Campovolo lo facciamo con Federico Poggipollini, storico chitarrista del Liga, da poco uscito col suo nuovo album solista intitolato Nero.

Poggipollini partiamo da Sky Arte.

E' stata una emozione riascoltare, anzi riaprire le tracce di Buon Compleanno Elvis per preparare questo documentario.
E' considerato uno dei capolavori di Luciano.
Lo ho riascoltato un po' di volte in questo periodo visto che il 19 settembre a Campovolo lo faremo per intero e a distanza di vent'anni lo trovo ancora un disco illuminato.
Che intende?
Che c'è una luce nel suono che lo rende ancora freschissimo.
Un ricordo per ogni Campovolo, lei che li ha vissuti tutti. Partiamo dal 2005.
Come tutti i grandi eventi sei inconsapevole di quello che vai ad affrontare. Essendo molto coinvolto si fa fatica a viverla con serenità, senti la responsabilità. Ma ci siamo divertiti.
Nel 2007 andò meglio.
Concordo con chi dice che resta uno dei concerti più belli di Luciano. Noi eravamo più precisi, siamo stati impeccabili. Io suono sempre con almeno due band, l'attuale e la storica La Banda: dopo Luciano sono quello che sta di più sul palco. Il cambio di formazione comporta un diverso approccio musicale ma in quel 2007 fu tutto magico.
Nel 2013 Campovolo ha suonato per l'Emilia messa in ginocchio dal terremoto.
Quando è successo ero a Correggio e ho sentito il dramma sulla mia pelle. Per dieci giorni non ho dormito. Resta una grande festa con momenti corali irripetibili.
Tra poco saremo al quarto Campovolo.
Poter sentire un intero album suonato come nel disco vent'anni dopo è una esperienza unica. Ci stiamo preparando e anche stavolta, dopo Luciano, sarò il più presente sul palco.
Sta anche portando in giro il suo terzo album solista Nero.
Sto facendo un po' di festival e poi in autunno andrò nei club. E' un disco che mi appartiene, costruito con calma insieme a Michael Urbano, il batterista di Luciano, che me lo ha prodotto.
Come siete riusciti a portare avanti il lavoro di musicisti per Ligabue e quello di Nero?
Per questo disco me la sono presa abbastanza comoda, nel senso che ho iniziato la lavorazione nel 2013. La realizzazione vera e propria dell’album è stata abbastanza veloce. Quando avevamo dei momenti liberi, producevamo il mio album sia sulla scelta delle canzoni sia nella post produzione. Abbiamo fatto quindici giorni di prove e registrato in presa diretta in quattro giorni.
Come sono nati i testi?
In partenza sono stati scritti in finto inglese per riuscire a essere molto musicali, poi riportati in italiano seguendo la fonetica inglese e mantenendo il suono e la melodia. Non ero sicuro di volerli cantare io, ma Michael ha preferito il mio suono e la mia voce perché i brani fanno parte del mio background e lui l’ha subito avvertito a livello musicale.
Chi li ha scritti?
I testi li ho scritti io con l’aiuto della mia compagna. Io sono stato molto in giro per le tournée e il fatto di ritagliarmi del tempo con lei per stare insieme e per renderci complici scrivendo qualcosa, è stato bellissimo e fondamentale anche per il nostro rapporto. La stimo per le sue letture, le ho proposto di aiutarmi e ci siamo trovati bene. Io ero più attento a far suonare le parole in un certo modo, ma i concetti di alcuni brani li abbiamo fatti insieme.
Nero si differenzia molto dai lavori precedenti perché è più rock. A cosa si deve questo cambiamento?
E' un disco che racconta il mio background, cioè tutte le cose che io ho ascoltato nel mio passato e che continuo ad ascoltare e che mi hanno formato. Io sono principalmente un musicista rock.
Può essere considerato il disco della maturità?
Di certo è più maturo e più a fuoco rispetto agli altri proprio perché ho avuto la possibilità di interagire e di far suonare le cose come ho sempre pensato di fare senza mai riuscirci. Volevo fare un disco che fosse la mia storia e che raccontasse tutte le mie esperienze e quindi un disco molto onesto e sincero. E’ rock perché ha preso la direzione che fa parte del mio background. Gli altri tre dischi hanno un’idea più cantautoriale.
C’è una canzone che la rappresenta di più?
Tutte. E’ un album in cui ho fatto una selezione dei brani che mi appartenevano al 100 per cento.