di Fabrizio Basso
(inviato a Bologna)

E finalmente lo ha detto che preferisce la parola scritta a quella cantata. Dal 2012 Francesco Guccini non è più un cantautore "non ho più i calli del chitarrista sulle dita" e se ne sta nella sua casa di Pavana, sull'Appennino Pistoiese. E' sceso a Bologna "e malvolentieri perché c'è troppa confusione" per parlare del suo ultimo libro Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (Mondadori) e della sua antologia uscita in due versioni, da quattro e dieci dischi con inediti, registrazioni rare e un libro di accompagnamento. Si intitola Se io avessi previsto tutto questo...Gli amici, la strada, le canzoni: non è un compendio musicale, è quarant'anni della nostra storia che tornano attraverso le sue parole. E lui esordisce così all'Osteria Moretto: "Mi chiamo Francesco Guccini, sono nato nella prima metà del secolo scorso, sono ancora vivo e faccio il cantautore ma anche lo scrittore". Sembra un racconto breve di Osvaldo Soriano.

Guccini perché ha scelto l'Osteria del Moretto tra le molte della sua storia?
Ci venivo tutte le sere tra il 1968 e il 1969, allora si chiamava Osteria di Gandolfi. Si passava la serata con mille lire, un prezzo popolare e infatti c'erano tanti studenti, soprattutto americani, che studiavano medicina, e greci, che studiavano ingegneria.
Ha per lei un valore speciale?
E’ l’osteria di fuori Porta della mia canzone.
C'è tanta storia anche nei racconti di Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto.
Alcuni sono già stati pubblicati da una piccola casa editrice di Pistoia. Ne ho aggiunti cinque. E un titolo nuovo.
Originale, per altro.
Ho pensato al Jerome e ai tre uomini in barca per non parlare del cane. I miei sono racconti montanari. Da piccolo dicevo che avrei fatto lo scrittore, ho sempre amato leggere. Poi un giorno ho incontrato Alfio Cantarella, che sarebbe diventato il batterista dell'Equipe 84, e tutto è cambiato. Lui all'epoca faceva il fattorino.
Le hanno però proposto di entrare nel complesso, come si Equipe 84.
Mi è tornata voglia di studiare in quel periodo.
Ricorda la prima canzone?
Nel 1964 Auschwitz scritta su un foglio dell’università: la ha presa l'Equipe 84 e ha cambiato il finale, nel mio c’era speranza. Ma non ero iscritto alla Siae e dunque non è firmata da me. La prima firmata è Dio è Morto nel 1966.
Il primo disco?
Folk Beat ma i pezzi non erano firmati da me proprio perché non iscritto alla Siae. Mi sa che ho venduto poco ma è arrivato un nuovo direttore artistico e mi ha chiesto un secondo disco ed è nato Due anni dopo e nell’ottobre del 1970 un terzo direttore artistico mi fece fare L’Isola non Trovata e poi Radici che fu il primo che ha avuto un certo successo.
Nel 2012 è poi arrivato l'ultimo disco.
Ci pensavo da sempre a chiamarlo L’Ultima Thule, un'isola misteriosa e mitica dell’estremo Nord, raccontata in molte saghe medievali.
Perché ha smesso?
Non faccio canzoni a comando. Ultimamente facevo fatica e infatti si allungavano i tempi tra un disco e l’altro. Infatti non suono più la chitarra, non ascolto musica, non ho i calli sui polpastrelli e non sento canzoni neanche in auto, ne ho sentite troppo non dico brutte ma inutili. L'ultimo che mi ha stupito è stato Vinicio Capossela, estroso e di cultura.
So che le canzoni nascevano carta e penna. I libri?
Il primo romanzo, Cronache Epafaniche, lo ho scritto con un personal computer. Mi serviva per il vocabolario italo-pavanese, idioma che non parla più nessuno se non noi vecchi. Uscì nel 1998 perché Pavana ha compiuto mille anni ufficiali. Però è vero non sono mai riuscito a scrivere una canzone con un computer, lì mi serve carta e penna.
Come nascevano le canzoni?
Dipende. La locomotiva è venuta fuori come...un treno in pochi minuti. Altre ci voleva tanto tempo. Alcune le finivo il giorno dopo, tanto sapevo che erano lì e gestivo la fatica. L’urgenza delle prime canzoni era fantastica. La canzone è sempre stata più difficile della pagina scritta: lì si racconta con le parole a pagine, la canzone deve essere sintetica anche se io ne ho fatto di nove, dieci minuti. Però da soddisfazione farla sentire agli amici dicendo è l’ultima canzone che ho fatto.
Le manca il rapporto col pubblico?
Sì ma soprattutto il prima e il dopo concerto con i miei musicisti. Un concerto è faticoso. La canzone diventa anche teatro: non è solo musica e testo ma anche gestualità. Per altro in questo ultimo, lavorando all'antologia, ho scoperto canzoni e arrangiamenti di cui mi ero dimenticato.
C'è un vuoto cantautorale.
Non è detto che a una generazione ne segua un'altra. Noi siamo stati fortunati a essere lì al momento giusto e con le condizioni giuste. Prima di me ci sono stati i genovesi con le loro canzoni d’amore. A passare a un genere diverso è stato Fabrizio De Andrè con una ispirazione diversa, francesizzante. Io sono arrivato poco dopo con Auschwitz: se ci pensiamo è stata rivoluzionaria.
Oggi?
Si fa fatica perché tutto è già stato fatto.
Lei ha una cover band ufficiale.
Sono i miei musici che si sono trovati a piedi quando ho scelto di ritirarmi. Canta Flaco col suo accendo latino: quando parla non si sente ma quando canta esce la sua “esse” papale. Fare cover non è facile c’è sempre il paragone che incombe. Ma i miei ragazzi lavorano.
I suoi racconti?
Descrivono un mondo che non esiste più. Ho vissuto in una età dell’oro contadina, col mulino dei mie nonni sempre pieno di gente. La soddisfazione più grossa con un mio racconto è quando è stato inserito in un Meridiano di racconti. Si chiama La cena e per me vale di più di tutte le mie canzoni: solletica il mio lato snob.
Le manca Bologna?
Sto bene a Pavana, la folla mi infastidisce. Negli anni Sessanta e Settanta si diceva che Bologna non dormisse mai, si girava per osterie fino alle 2 e poi ci si trovava tutti in stazione. Poi sono arrivate l'austerity e la strage alla stazione ma alla fine Bologna rinasce sempre.