di Fabrizio Basso

Perdersi nel tempo. Per ritrovarlo. Perché quando Giuseppe Fiorello racconta la sua infanzia da picciriddu di scarse e scarne parole, di suo papà un po' Modugno e un po' Buscaglione, della mamma metronoma di famiglia, dei fratelli, della Magna Grecia e del Santo Patrono San Giuseppe, del bastone di croccante e di come il cuore possa essere gioioso fino a scopiare, ognuno di noi trova una parte di sé. E' come leggere Il catino di Zinco di Margareth Mazzantini o rivedere La famiglia di Ettore Scola: ci siamo anche noi, anche se non nelle pagine o nelle immagini.

Tiene il palco per due ore e senza pausa, Giuseppe Fiorello. Bravo? Superlativo. E in tutto: nella recitazione, nel canto, nella mimica, nell'italiano e nel siciliano, nel napoletano e nel pugliese, poiché costruisce, battuta dopo battuta, una babele di idiomi che se non sei domatore di parole, e lui lo è, ti sopraffanno e diventano incomprensioni e incomprensibili. Racconta di quando è nato, ultimo di quattro fratelli, del vicino che spaventa ma che poi è umano come tutti, forse più di tanti. Suo papà Nicola sembra di vederlo lì sul palco. Un po' aiutano le foto d'epoca, un po' una certa somiglianza con Giuseppe e anche con Mister Volare, sono una valore aggiunto le musiche dal vivo e poi una scenografia che nella sua semplicità declina più mondi.

Emoziona l'effetto tridimensionale che Giuseppe Fiorello attacca alle sue parole: gli umani che racconta sembra di vederli. Gatti compresi. Trasforma un monologo con musica dal vivo in un quadro corale di raro fascino. Oltre a suo padre (mancato nel 1990), che anche a sipario chiuso sembra di vedere in dissolvenza mentre balla con mamma Sara, sul finale si sente il respiro di Franca Gandolfi, vedova di Modugno: Giuseppe Fiorello ne descrive l'incontro, la casa, la magia...fino a indossare la giacca che gli è stata donata e che Mimmo ha indossato al Festival di Sanremo del 1959, quando vinse con Piove, più nota come Ciao Ciao Bambina. C'è un momento dello spettacolo in cui l'attore racconta di quanto il papà amasse il carnevale...ecco Penso che un sogno così sono coriandoli di esistenza che piovono sulle nostre vite con la delicatezza di un sorriso.