Di Alessio Accardo
 

E’ da poco uscito in libreria per Leggereditore (Fanucci Group) “Un disastro chiamato amore”, il romanzo d’esordio di Chiara Giacobelli, giovane scrittrice e giornalista che tiene una rubrica culturale sull’Huffington Post; già autrice di numerosi saggi tra cui “Forse non tutti sanno che nelle Marche…”, dedicato alla sua amata terra.

Scritto alla maniera dei best-seller anglosassoni del genere chick lit, “Un disastro chiamato amore” è però radicatissimo nella tradizione italiana, avendo l’autrice tra i suoi dichiarati modelli di riferimento la Commedia all’italiana di Scola, Monicelli e Scarpelli. E cinematografico è anche uno dei personaggi principali che si agitano sullo sfondo di questa avventurosa vicenda tragicomica: la divina Audrey Hepburn, che rivive sotto le mentite spoglie della madre di uno dei protagonisti, il misterioso Mr. Lennyster.

Abbiamo incontrato l’autrice, che ci ha svelato come la scaturigine della sua fatica letteraria sia stata una lunga e snervante malattia e il suo scopo quello di testimoniare quanto sia indispensabile l’ironia nella vita.

 

 

1.   Chiara, da giornalista tu collabori con autorevoli testate e hai già all’attivo nove libri, principalmente dedicati alla tua amata terra, le Marche. Se non erro “Un disastro chiamato amore” è la tua prima opera di narrativa. Che cos’è questo libro? Vorrei che ce lo descrivessi stringatamente, possibilmente in tre righe…

 

Si tratta di una commedia frizzante, leggera e quindi adatta per l'estate, in cui si ritrova un mix che al momento sta piacendo ai lettori di tutta Italia più di quanto osassimo sperare: ironia, suspense, amore, un piccolo giallo, tante gaffe e risate, con l'aggiunta di sottotrame più impegnate. Diverse blogger di tendenza lo hanno definito "il romanzo dell'estate" ed è bellissimo!

 

2.   La protagonista del romanzo è una ragazza francese, buffa e imbranata, che soffre di un numero indefinito di fobie e che ha perso  fiducia nel genere umano, specialmente se maschile. Considerato che il personaggio ha all’incirca la tua età, quanto ci hai messo di autobiografico nel tratteggiarlo?

 

Quasi tutto, Vivienne è il mio alter ego letterario, soprattutto nella mole incommensurabile di gaffe e figuracce che combina (tutte realmente accadute), nella capacità improbabile di pescare sempre tipi strani e bizzarri o di cacciarsi in situazioni imbarazzanti, ma anche in quel pessimismo cosmico che è rappresentato dalla sua vocina interiore (nel romanzo interpretata da nonna Betty), dove il cinismo si mescola all'autoironia. Tuttavia, nel profondo resta un'inguaribile romantica e una dolce sognatrice.

 

3.   Hai definito il tuo libro “una commedia anglosassone con un’aria internazionale”. Quali libri hai letto finora, Chiara, e quali in particolare tra questi hanno influenzato la stesura del tuo romanzo?

 

In linea di massima leggo un libro a settimana, quindi se consideri che ho 33 anni fai una botta di conti per avere un'idea di quanti libri io possa aver letto nella vita! Se solo avessi un minimo di memoria, sarei tra le donne più istruite della terra, ma non ce l'ho: purtroppo dopo un mese dimentico tutto, libri, film...praticamente tutto!

Di base mi hanno insegnato che i classici sono il punto di partenza da cui ogni scrittore deve trarre spunto e io adoro leggerli, specialmente il periodo dell'Ottocento è tra i miei preferiti, ma nel libro ci sono rimandi anche al "Simposio" di Platone o allo Sturm und Drung tedesco. D’altro canto, questo romanzo guarda molto al più leggero e contemporaneo genere del chick lit, caratterizzato all'estero da bestseller come "Il diario di Bridget Jones", "Sex and the city", "Il diavolo veste Praga", Kinsella e molti altri. Io ho creato un mix, mettendo tra le pagine sia la leggerezza internazionale che la profondità italiana.

 

4.   Tu hai dichiarato che il tuo romanzo è liberamente ispirato a una serie di personaggi realmente conosciuti: Maria Luisa Spaziani, Marta Marzotto e Rossana Podestà; e poi persino ai registi e gli sceneggiatori della Commedia all'Italiana, come Furio Scarpelli, Ettore Scola e Mario Monicelli. Che cosa c’è nel tuo libro di tante personalità così differenti?

 

Ci sono tratti di storie, episodi a volte inediti, conosciuti da pochi o addirittura da nessuno. Ad esempio, la mamma del protagonista - la cui storia è un mistero e corre parallela a quella contemporanea - è un'attrice ligure che si innamorò di un regista californiano. Un giorno lui la portò in Francia, a Vallauris, e qui è raccontato un divertente incontro con Picasso. Ecco, in questo caso nulla è inventato: il fatto avvenne esattamente negli stessi termini a Maria Luisa Spaziani ed Eugenio Montale. Io ho avuto la fortuna di ascoltarlo proprio da lei qualche anno prima che morisse, durante un bel pomeriggio trascorso nella sua casa piena zeppa di libri a Roma, e da lì ho poi preso spunto.

Lo stesso vale per il modo in cui la mia Elisabetta Grimaldi e George Lennyster si conobbero, tratto dalla storia di Rossana Podestà e Walter Bonatti, proprio come ho avuto modo di ascoltarlo e studiarlo.

Della Commedia all'Italiana c'è invece tutta l'ambientazione che caratterizzò la vita di Elisabetta, poiché lavorò in quegli anni (gli anni 60) e divenne una star del cinema prima italiano, poi internazionale.

L’abitudine di vedersi il mercoledì sera al ristorante da Otello alla Concordia e’ una curiosità che ho avuto modo di scoprire durante la stesura del saggio biografico "Furio Scarpelli. Il cinema viene dopo".

 

5.   Credo di aver capito che la molla per scrivere “Un disastro chiamato amore” sia scattata dalla frequentazione di Sean Ferrer, il figlio di Audrey Hepburn. Come hai conosciuto Sean, e che cosa rimane di questo rapporto nella stesura definitiva del libro?

 

Ci siamo conosciuti anni fa, per un'intervista che gli feci a proposito di sua madre e poi siamo rimasti sporadicamente in contatto perché vive in Toscana. Nel libro c'è moltissimo di lui e anche di Audrey, sia nel protagonista maschile Alex Lennyster che in Elisabetta. Al suo pari, Alex è nato in California ma ha scelto di vivere in Italia per l'amore che nutre nei confronti del nostro Paese e, sempre come Lennyster, è un uomo dall'animo generoso presidente di una fondazione umanitaria che si ispira all'Audrey Hepburn Children's Fund e intende aiutare bambini nelle zone povere del mondo attraverso progetti concreti, mantenendo al contempo viva la memoria della madre.

 

6.   Il comunicato stampa del tuo libro contiene questo bellissimo commento di Giacomo Scarpelli, uno degli sceneggiatori de Il postino: “Donne che scrivono di donne: di solito ne escono figure apologetiche un po’ finte. Qui, invece, l’autrice è riuscita a creare una simpatica e goffa Woody Allen in gonnella, dimostrando ironia e di saper padroneggiare la parodia.” Sei d’accordo con le parole di Scarpelli? Tra i tuoi modelli d’ispirazione c’è stato anche il geniale Woody?

 

A dire il vero non avevo pensato a lui fino a quando non ho letto le parole di Giacomo, che so essere sincere, però mi fa molto piacere il parallelismo. In generale, mi riconosco nella constatazione di aver creato qualcosa di nuovo che in Italia non si era ancora visto: non apologetico, senza sentimentalismi, ironico e al contempo profondo, almeno spero. Pieno di gaffe e bizzarrie ma scritto in modo da risultare realistico.

Tra tutte le autrici italiane che ho letto non mi sembra ce ne siano altre con lo stesso stile, e all'inizio proprio per questo non è stato facile trovare una casa editrice. A tutti piaceva la mia penna, ma nessuno voleva arrischiarsi a lasciare il porto sicuro dell'editoria italiana standard per sperimentare qualcosa di nuovo. La mia intenzione è quella di farli ricredere, e al momento ci sto riuscendo

 

7.   Woody Allen a parte, so che per te l’ironia è un ingrediente indispensabile, tanto che uno degli scopi di questa fatica letteraria è far emergere realtà estremamente interessanti ma ancora poco sviluppate in Italia come la “terapia del sorriso”. In conclusione, ci vuoi parlare di questo aspetto umanitario che sottende la tua attività di scrittrice?

 

E' un mondo che mi si è svelato quando mi sono ammalata per un tempo più lungo del previsto, qualche anno fa. Scrivere questo libro mi è stato consigliato dai medici come forma per contrastare il mio umore nero e anche il dolore fisico attraverso la risata e l'autoironia. Al termine della malattia ho voluto continuare ad approfondire l'argomento, cominciando a frequentare in prima persona la Tribù dei Nasi Rossi di Arezzo e lo staff di oncologia presso l'Ospedale Meyer di Firenze. Così ho conosciuto la clownterapia e la teatroterapia, con tutto quanto ruota attorno ad esse.

Per il momento ho scritto un articolo uscito sul mio blog nell'Huffington Post dedicato a Michael Christensen, il vero fondatore della clownterapia, che ha riscosso un grande successo.

Nelle mie intenzioni c'è l'idea di proseguire con un romanzo che parli proprio di questa tematica, per sensibilizzare l'opinione pubblica al riguardo.