di Fabrizio Basso
(inviato a Verona)


Un folletto di 92 anni. Questo è Charles Aznavour. Una sfida alla carta di identità e alla logica. Ma lui lo ha cantato: bisogna sapere lasciare il tavolo/ma io non lo so fare. E a memoria non si ricorda un performer così...adulto. Uno spettacolo asciutto, essenziale lungo poco meno di due ore ma che ha saputo comunque strappare qualche lacrima. Un solo neo, una scenografia di pochi e inutili colori, senza alcun rapporto con la magia che Aznavour stava creando. Sarebbero bastate alcune foto d'epoca oppure una telecamera fissa sull'artista, per permettere anche a chi era sui gradoni più alti dell'Arena di poterlo vedere in faccia, di leggerne le pieghe delle labbra e i movimenti degli occhi. All'Arena di Verona c'era anche Radio Italia come radio ufficiale.

In impeccabile abito scuro, si presenta con Les Emigrants. Canta, chiacchiera, nella scaletta mette tutti i brani in italiano che hanno contribuito a farne un personaggio anche nel nostro paese. Le sue canzoni più popolari coincidono col moltiplicarsi dei tablet, tutti vogliono portare a casa qualche ricordo. Ogni tanto la parola inciampa, si perde nei suoi 92 anni e lui, onestamente ruffiano, lo dice: "Qualche verso mi sfugge, ma per questo c'è il gobbo. Almeno io lo dico contrariamenti a molti colleghi". Ma la gente che riempie l'Arena (e i prezzi non erano proprio economici visto che la prime file costavano 160 euro) è lì per sognare e nel realizzare i sogni lui è meraviglioso: arrivano, tra le altre, Morir d'amore, Devi sapere (Il faut savoir), L'Istrione (Le cabotin), l'Ave Maria, Ed io tra di voi (Et moi dans mon coin), La Boheme per chiudere con Venecia sin ti e Emmenez moi. Non concede bis, saluta, si inchina e se ne va. Le luci si accendono, il sogno continua lui riparte per sedurre altre arene e altri luoghi. Come fa dal secondo dopoguerra, quando lo portò in tour Edith Piaf, la sua scopritrice!