di Fabrizio Basso
(@BassoFabrizio)


Dal lago è arrivato Piero Chiara. E in tempi più recenti Andrea Vitali. Folate di letteratura che attraversano la pianura e conquistano ogni lembo di terra che sfiorano. Ora il nuovo vento, quello alla Mary Poppins che un cambiamento lo porta davvero, si chiama Cristina Meschia. Gioca col jazz e col folk con la semplicità con cui i bambini giocano alla playstation. E quel suo sguardo disincantato è contagioso. Si chiama Intra il suo disco che intarsia italiano e dialetto e due generi musicali che in tanti hanno provato a sposare ma in pochi sono riusciti a creare un matrimonio perfetto. E come spesso avviene quando la magia si crea, alla base ci sono tanto studio e un po' di quella polvere magica e strana che si chiama casualità.

Cristina come nasce Intra?
Le sue origini sono figlie del caso e di un giovane settentenne.
Ci spieghi.
Il mio amico Riccardo Zegna, il giovane settantenne appunto, in una sera a Calizzano in Liguria, si mette al piano e suona brani della tradizione.
E lei?
Resto affascinata dal suo mescolare il jazz a canzoni popolari e decido di provocarlo. Si accende la lampadina e con lei il progetto Intra.
Che ha un suo lirismo, testuale e musicale.
Ci sono le influenze di Beatrice Sarti, violoncello classico e Patrizia Laquidara, incontrata a Bologna in occasione di un seminario sui canti popolari.
Risultato?
Sviluppo la mia popolarità.
Come la coltiva?
Ispezionando le biblioteche e le librerie della mia regione cercando vecchi vinili con cori e canti popolari e libri che ne raccontino le storie.
C'è un momento in cui Intra diventa vero ed esce dall'idea?
Certo. A Verbania visito il Museo del Cappello: vedo incorniciato a una parere uno spartito. Lo fotografo, lo mando a Riccardo Zegna e il viaggio ha inizio.
Come sceglie le canzoni di Intra?
Alcune per i testi, altre per gli arrangiamenti. Ma sia chiaro non è un concept album.
Tra le canzoni, alcune hanno colpito in modo particolare, ad esempio Sera.
Un testo poetico, delicato. Coinvolge tutti i miei sensi.
Chitarrina?
Ironico e delicato con i suoi doppi sensi.
Fioca?
E' tratto da un poema di Salvatore Armando Santoro.
E Intra nell'insieme?
La melanconia, il cambiamento, il progresso...
Insomma un ritratto armonico di Cristina Meschia.
Sì, la super autocritica Cristina.
Che viene da Verbania, il non luogo per antonomasia.
Per raccontarlo.
Tra jazz e folk. Con poetico disincanto.
E dialetto. Che mi ha fatto sentire vera e sincera

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