di Paolo Pagani

"Hi Bruce, sono Potus, eccomi qua al sixteen hundred”. Il 1600 di Pennsylvania Avenue, Washington D.C, indirizzo del sancta sanctorum, la Casa Bianca. Se accadesse davvero, se l’Uomo Nero la spuntasse a novembre, la prima telefonata sarebbe quasi di sicuro questa. “Hi Bruce, sì, sono proprio Potus, God, mio Dio, ma l’avresti mai detto?”. Bruce sarebbe, naturalmente, quel Bruce. Il Boss. Chi, sennò? Springsteen, l’Omero dell’asfalto e dell’America veloce, il profeta operaio del New Jersey che non scorda mai di celebrare i Valori che contano per auspicare un’America diversa. Meglio: The Promised Land, la Terra Promessa della sua ballata più struggente. Potus vuol dire padrone del Pianeta, è l’acronimo dall’innocente suono infantile per dire “President Of The United States”. Barack Obama, 46 anni, finalmente Potus. Nessuno può dubitarlo: la prima long distance call del primo campione afro-americano a sollevare, con la sua lunga mano nera, la cornetta bianca del telefono della Sala Ovale, sarebbe per Bruce. Riflesso generazionale, probabilmente. Trasporto istintivo di un figlio dell’i-Pod, refrattario alle bolse procedure di partito, per un mito del rock. Certo. Ma non solo.

Bruce Springsteen, 58 anni che sembrano venti in meno, aveva infatti scritto un anno prima, nel suo endorsement pro-Barack in campagna elettorale: “Obama parla all’America che racconto da 35 anni con la mia musica, una nazione generosa, disposta ad affrontare problemi intricati e complessi, un Paese interessato al suo destino collettivo e al potenziale del suo spirito comune”.

Ci sono state molte altre telefonate tra i due Boss nell’infinita maratona pazza di una campagna che finisce solo ora, a Denver, nella febbre alta della Convention democratica. Ha detto Barack: “Se io lo chiamo Boss, al telefono? Beh, ovvio. Si deve”. Sempre lui e solo lui, Springsteen, ha prestato una palingenetica colonna sonora alla penultima uscita pubblica di Barack, 23 agosto, Springfield (Illinois). Obama scioglie il thrilling e annuncia il ticket di governo del prossimo quadriennio Usa: vicepresidente sarà Joe Biden. Che galoppa veloce sul palco a dispetto di 65 anni americanamente portati, sprint, ambizione e salutismo, cravatta azzurro cielo e maniche di camicia. E la musica a corredo è scelta bene: The Rising, dall’album omonimo, quello che il Boss scrisse, in lacrime, dopo il finimondo dell’11 settembre. The Rising, la risalita, tirarsi su, farsi forza, rinascere. Può una metafora essere più calzante?

Poi ci sarà l’epilogo che i springsteeniani attendono come un’Epifania da salvare tra i preferiti caracollando su You Tube. Giovedì 28 agosto, l’Avvento. Interno notte, l’ha promesso. Dentro alla calca elettrizzata del Pepsi Center di Denver, il Boss suonerà dal vivo per la futura (probabile, almeno) coppia presidenziale. Barack & Michelle, virtuali “Potus” e signora, che si abbracciano in mondovisione, il presidente più atteso e la first lady cresciuta a Chicago nel ghetto del South Side, dopo il discorso conclusivo di lui e la Nomination a candidato dei Democratici per la poltrona più importante. Springsteen sarà lì. Ancora. E stavolta c’è da star sicuri: Danny Federici, il tastierista della E Street Band strappato troppo presto al palco da un cancro disonesto, e Mr. Fender, l’inventore della chitarra delle rockstar, da lassù, dalle nuvolette del paradiso degli sballati, si fregheranno le mani. Colonna sonora dell’America-che-viene è lo stridulo urlo della Telecaster del Boss, God, mio Dio. Da strumento del Diavolo a corifea del Potere. Che sballo, che storia incredibile. Preistoria persino il sax tenero e intellettuale di Bill Clinton, fan sofisticato di Charlie Parker.

D’altra parte, in un’intervista a Rolling Stone, il vangelo laico del rock, che a fine giugno gli ha dedicato una copertina sorridente, Obama l’ha confessato. “Non solo mi piace la musica di Bruce, mi piace proprio lui come persona. E’ un uomo che non ha mai perso la traccia delle sue radici, che sa esattamente chi è, ed è sempre stato sincero”. Barack, tornato forse adolescente come ai tempi lontani della Punahou School, il miglior liceo delle Hawaii, la “scuola dei fighetti” secondo Colleen Hanabusa, acida e risentita coordinatrice della campagna di Hillary Clinton, ha poi aggiunto con trasporto: “Bruce è il primo nella playlist del mio iPod. Quando parliamo al telefono, lui mi chiama con il suo soprannome, Boss. Ma io gli rispondo sempre: beh, tu lo sei già,ah ah ah…”.

Giovedì il Boss sparge dunque, di nuovo, tonnellate di sciamanica, medicamentosa energia
epica e vitalissima. “Spazza via le bugie che ti lasciano col nulla in mano, abbandonato e sconfitto dal dolore. Non sono più un ragazzo, sono un uomo e credo nella Terra Promessa” ulula la solita Promise Land, il brano di poderosa sonorità elettrica che riassume l’idea centrale di una vocazione. Non sembra un discorso pollitico? Springsteen, allora, santo benefico con in mano le chiavi del rock’n’roll. E, da domani, forse, anche quelle della stanza dei bottoni. Hungry hearts, cuori affamati. Loro due, B&B, Bruce e Barack.