di Fabrizio Basso

La vita è…camminare su un tappeto di vetri. Ma Garbo riesce a farlo senza scorticarsi i piedi. Sono ormai trent’anni che passeggia nel mondo e conserva un magnetismo che impietrisce anche i giovani. Ragazzi che negli anni Ottanta erano scolaretti da scuole elementari oggi sanno chi è Renato Abate, milanese, 50 anni, in arte Garbo. Non è mai sparito dalle scene, ma per lunghi periodi si è mosso come un uomo invisibile. Ora torna un album di inediti, “Come il vetro” che chiude “una trilogia che avevo iniziato nel 2002 con e proseguito nel 2005 con . Lo so che parlare di trilogia significa puntare alla quintessenza dell’ambizione, ma sentivo la necessità di racchiudere in tre album tutto il mio percorso. Sporcandolo con un po’ di sperimentazione che significa seminare un qualcosa che potrebbe germogliare più avanti”. Per altro i “suoi” anni Ottanta oggi sono ricercatissimi, pur nelle loro contraddizioni: “Confermo, sono stati un decennio equivoco. Ma il Novanta è stato un buco nero”. Visto cosa è arrivato dopo siamo certi che Garbo un po’ di voglia di fuggire l’abbia avuta “ma non in paradisi tropicali bensì a Vienna. Se oggi si ricordano di me lo devo soprattutto alla coerenza. Ci sono tanti colleghi che si sono reinventati cambiando genere, snaturandosi: io non so fare altro e modificare una filosofia di vita è arduo. Tra un mio disco e l’altro trascorrono tre anni: se non ho niente da dire non produco. Mi sembra naturale”. Gli facciamo notare che è una icona degli anni Ottanta. Non mostra emozione. Almeno apparentemente: “E’ la gente che mi comunica i miei anni Ottanta. Mi ritengo un privilegiato ma ci aggiungo che non si esce vivi dagli anni Ottanta. Come non si esce vivi dagli altri decenni. Ma più in generale è difficile passeggiare su questo tempo. Essere italiano oggi è impegnativo, anche per me che mi sono sempre sentito una mosca bianca”.

C’è tanto amore in “Come il vetro”. Sofferto, lancinante, ruvido, cannibale, ma pur sempre amore. Anche “Voglio morire giovane”, che è il primo singolo, parla di sentimenti “nonostante il titolo equivoco. Io scrivo di getto, le canzoni sono intuizioni. Ho un metodo anomalo. Per comporre ho bisogno di un tema, quindi scelgo la copertina, il titolo e poi vengono musica e parole”. Non sa stare fermo, Garbo. Nel 1997 pubblico “Up the Line”, altra tappa di sperimentazione, cui si accompagnò la corrente del Nevroromanticismo, cui aderirono, tra gli altri, Isabella Santacrice, Aldo Nove, Niccolò Ammaniti e Tiziano Scarpa. Ancora prima fondò la casa discografica Discipline che dopo essere stata trascurata ora viene ripresa per i capelli e rilanciata “con quattro pubblicazioni che mi vedranno impegnato in prima persona”. Ma c’è un momento in cui il suo motore si ferma? Certo! Quando si tratta di ascoltare altra musica “in quel caso mi sento annoiato. Però mi lascio investire di note quando sono a casa di amici. Mettiamola così: sono aggiornato di riflesso. Mi piace raccontarla così anche se è solo pigrizia!”.