di Chiara Ribichini

Milano, un pomeriggio di settembre. C’è gente in coda davanti all’ingresso del Teatro alla Scala. Non è la fila per acquistare un biglietto per la prima. Sono persone accorse per incontrare il grande maestro Roland Petit, pilastro della storia della danza del Novecento, ballerino e coreografo francese autore di capolavori come Carmen, Le jeunne homme, L'Arlesienne o Notre Dame de Paris.
Ed ecco che quello che a un primo approccio poteva sembrare un qualcosa di elitario, di nicchia, si rivela altro. In coda ci sono giovani, adulti, esperti, appassionati o neofiti dell’arte tersicorea richiamati dal nome del coreografo o habitué del tempio della lirica. Vogliono conquistarsi una sedia nella sala Arturo Toscanini  per “prima della prima”, un appuntamento che prepara gli spettatori alla visione di ciò che sta per andare in scena. E’ la prova che l’arte attira il grande pubblico, la cui curiosità e il cui interesse non sono solleticati solo dal calcio, dalla politica o dai cantanti pop.
C’è di più. Il giorno prima, durante l’incontro con la stampa, Roland Petit ha dichiarato di non essere minimamente interessato a ciò che piace e interessa agli spettatori. Ma la gente accorre lo stesso. Vuole vedere il maestro, sentirlo parlare di sé e della sua storia. Ed eccolo Roland Petit. Alto, statuario, elegante, entra in sala ed è accolto da uno scroscio di applausi. Applaude anche lui, in piedi. Maglia bianca a girocollo sotto una giacca nera guarda il suo pubblico e sorride per qualche secondo. Poi irrompe sulla scena con tutta la sua personalità. Non vuole domande Roland Petit. Non vuole che gli sia detto quando e di cosa parlare. E’ lui il regista e detta le regole. Gli altri non possono che osservarlo, in silenzio. Ma a lui tutto è concesso.
Le prime battute sono per la madre. Un ricordo commosso: “Era una donna italiana, genovese. era bellissima, la amavo tantissimo e quando penso a lei sono triste. Sono mezzo italiano e oggi con voi mi sento un po’ in famiglia”. Così, con fare semplice e nobile, racconta la sua storia. “A 5 anni volevo essere ballerino. A 9 anni (nel 1933) sono entrato all’Opera di Parigi. A 15 realizzavo la mia prima coreografia. Papà mi ha dato un po’ di soldi e ho fatto il primo spettacolo”. Una vita votata alla danza, la sua. “I ballerini sono la mia famiglia, non posso vivere senza di loro”. Una vita fatta di passi, musica, idee, ispirazione, di grandi incontri ma anche di casualità.
“Molte cose nella mia vita sono successe per caso -  afferma - Così è stato per L’Arlesienne (in scena al Teatro alla Scala nella Serata Petit insieme a Le jeune Homme et la mort e Carmen, ndr). Ero nel mio studio. Ho visto un disco, l’ho ascoltato e dopo un’ora il balletto era scritto. La musica si è presentata a me come una evidenza. Amo molto la musica di Bizet”. Mentre parla gesticola, le sue mani hanno un’espressività intensa. Sono lunghe, a tratti ricordano alcuni disegni di Picasso… Già Pablo Picasso, per Petit un amico. E il pensiero va al loro primo incontro. “Stavo scrivendo un balletto su un testo di Jacques Prévert. Non avevo soldi per la scenografia. Prévert mi chiese se conoscevo un certo Picasso. Andai a casa sua e vidi una natura morta che mi piacque. Presi il quadro e lo portai allo scenografo e lo feci rifare. Poi, riportai l’originale a Picasso”. E scherza: “Oggi non lo riporterei indietro!”.
Un altro incontro che Petit definisce “fortunato” è quello con lo scrittore Jean Cocteau. “Da giovane ho fatto un’intervista alla radio, c’era anche Cocteau con me. Gli chiesi di scrivermi un balletto. Mi scrisse solo 5 righe. Diventarono Le jeune homme et la mort. Come musiche scelsi un jazz e Bach. Non avevo soldi per questo balletto. Conoscevo lo scenografo Georges Wakhevitch che stava lavorando per un film con Marlene Dietrich. Mi prestò la stessa scena usata per quella ripresa ”.
L’atmosfera si scalda. Roland Petit si concede al pubblico presente. Quando cita una musica la canticchia, quando parla di un balletto accenna qualche movimento con il busto.
“E ora vi parlo del balletto Carmen”, annuncia da bravo conduttore. Ed è in quel momento che l’uomo e il coreografo si fondono. "A ispirare questo balletto è stata mia moglie Zizi (la ballerina Renee Jenamarie). L'ho scritto nel 1949, in una notte soltanto. Per il ruolo scelsi Zizi e le chiesi di tagliarsi i capelli perché Carmen doveva avere quella precisa pettinatura. Zizi mi è piaciuta così tanto in Carmen che l’ho sposata. Oggi quel balletto compie 60 anni, e anche il mio matrimonio”. Dietro di lui scorrono le immagini di Zizi e Roland Petit insieme sulla scena. Scherza: “Caspita, ballavo bene!”. Ma gli occhi e le parole sono tutti per Zizi. "Lavorare con una ballerina, sposarla, avere una figlia con lei, passare tutta la vita con la stessa persona è molto bello. Riuscire non solo sulla scena, ma anche nella vita è importante".