di Chiara Ribichini

Sono io la regina. Oggi come 30 anni fa. E’ un messaggio semplice e chiaro quello lanciato da Madonna nel suo Sticky and Sweet Tour, partito lo scorso 23 agosto da Cardiff (in Galles) e approdato il 6 settembre allo stadio Olimpico di Roma per l’unica tappa italiana. Nessuno può toglierle lo scettro. Ancora non è il momento. Lo dice il trono su cui appare nella prima entrata sulle note di Candy shop (brano tratto dall’ultimo album Hard Candy), lo dice la partita a scacchi visualizzata sullo schermo, che finisce con lo scacco matto della regina al re. Ma lo dice soprattutto lei, con la sua presenza e il suo stile inconfondibile. Canta, suona, salta, danza. Lo Sticky and Sweet Tour è la sua autocelebrazione. Ai lati del palco campeggiano due M giganti, all’interno del giubbotto di pelle che indossa la scritta Madonna. Ogni dettaglio parla di lei. Del suo sfrenato esibizionismo, del suo essere protagonista da anni, del suo sapersi rinnovare continuamente. Sul fondo scorrono le immagini dei suoi mille volti. Da True Blu a Material girl, da Erotica a Frozen. Simbolica la coreografia sulla canzone She’s not me, dove affronta e maltratta danzatrici con il look delle sue varie incarnazioni del passato. Due ore e 23 brani in cui ripercorre la sua carriera, alternando a canzoni dell’ultimo disco classici come Vogue, La Isla Bonita, Like a Prayer, Music.

Non manca la provocazione. Madonna dedica il brano Like a Vergin al Papa, “perché mi ama, perché anche io sono figlia di Dio”. Non manca neanche il riferimento alla campagna elettorale americana durante Get stupid. Sugli schermi McCain compare in una sequenza accanto ad Hitler ed altri dittatori, mentre Obama è associato a Gandhi e John Kennedy. Non si censura mai Madonna.

Il pubblico è in delirio. Il tic tac delle lancette dell’orologio, che sembra annunciare la canzone 4 Minutes, è in realtà il leitmotiv della serata. Ricorda il tempo che passa. Per tutti ma non per lei. I suoi 50 anni non sembrano veri. Nessuno alla sua età ha la sua forza fisica e la sua agilità.
Con lei danzatori straordinari, che regalano momenti di spettacolo altissimi, e una band di 12 elementi formidabili. C’è anche un duetto virtuale con Britney Spears. E poi un’invasione di luci e colori, la continua evocazione di scenari diversi, dai più surreali e avveniristici ai più veri e terreni come i paesaggi spagnoli che fanno da cornice a La Isla Bonita, culmine di una parentesi gitana in cui Madonna lascia anche spazio al chitarrista cantante rom.

Esibizionista, trasgressiva, trasformista, a volte blasfema, fashion. Un carisma unico. Il pubblico la ama e la imita. Adolescenti, ragazzi, adulti e anziani, famiglie con bimbi al seguito. I 60 mila accorsi allo stadio Olimpico per Madonna vogliono sentirsi diva come lei, liberi di dar sfogo al proprio ego. C’è chi indossa il vestito da cardinale, chi quello da cowboy. E poi tacchi a spillo, parrucche colorate, paillettes. Un tripudio di colori e lustrini. E spuntano sulle teste dei fan corna da diavoletto che si illuminano al buio e che ricordano un po’ gli accendini che si vedono in altri concerti. Madonna cerca il contatto con il pubblico. Lancia vestiti, stringe le mani, chiede di cantare con lei, di tenere il tempo battendo le mani. “Tutti insieme”, grida. E ancora: “Ciao Italia, sono felice di essere qui”. Poi, dopo aver fatto esplodere lo stadio con Hung up seguita da Give it to me si congeda come in un videogioco: game over.